A Torino c’erano le Olimpiadi invernali, Giorgio Napolitano divenne presidente della Repubblica e vincemmo i Mondiali. Fu a Berlino, ai rigori, contro la Francia. Il presidente, in Francia, era Jacques Chirac e negli Stati Uniti c’era George Bush. Facebook, in Italia, non esisteva, Twitter e influencer neanche. Era il 2006. Sono passati 17 anni e 10 governi: Prodi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, Conte I e Conte II, Draghi, Meloni. 

Provate a immaginarli tutti in fila sotto l’ombrellone, stesi su un lettino davanti al mare. Perché parliamo di spiagge. Perché in quel 2006 l’Europa decide che le concessioni pubbliche, come le spiagge, sono beni dello Stato e devono essere messe a gara, “affittate” a chi paga meglio. Nell’interesse di tutti, per via della concorrenza. È la direttiva Bolkenstein e non è mai stata applicata. Si è sempre scelto di prorogare, prendere tempo, aspettare. Nel 2020 la Commissione europea ci ha scagliato contro una procedura d’infrazione e abbiamo fatto finta di niente. Nel 2021 il Consiglio di Stato, il Tribunale amministrativo che sta sopra al Tar, ha detto “concessioni fino al 31 dicembre 2023, poi basta”. 

Ma il governo Meloni ha prorogato, con il decreto Milleproroghe: tiriamo avanti un altro anno, a questo punto cosa vuoi che sia, poi vediamo. Poi il Consiglio di Stato ha ridetto no. In specifico al Comune di Manduria – che l’aveva sparata grossa prorogando fino al 2033 – ma vale per tutti: il Milleproroghe in spiaggia non ci va. E anche il presidente Mattarella, firmando il Milleproroghe, aveva dovuto aggiungere due righe per dire che sui balneari non si può andare avanti così. Se al presidente della Repubblica tocca fare anche il Bagnino Capo di tutte le Italiche Spiagge per riportarvi legge e ordine, c’è davvero qualcosa che non va. Perché?

C’è l’ipotesi della lobby dei balneari: sono tanti, fanno pressione, garantiscono voti. Ma un’indagine dell’autorevole Nomisma – peraltro commissionata dagli stessi concessionari – dice che parliamo di circa 6.600 stabilimenti, con 60 mila persone che ci lavorano. E se anche a quelli regolarmente assunti aggiungiamo qualcuno in nero – può capitare, no? – restano numeri tutto sommato bassi per giustificare così tanta capacità di pressione. Come hanno fatto a resistere aggrappati a quello che milioni di comuni cittadini considerano un privilegio ingiusto? Soprattutto dopo aver pagato per ombrellone, lettino e sdraio 32 euro al giorno a uno stabilimento che allo Stato ne versa 500 all’anno. C’è l’ipotesi della confusione normativa: le concessioni balneari sono dello Stato che le ha delegate alle Regioni, che le hanno delegate ai Comuni che le hanno affidate a qualcuno e adesso riaverle indietro è complicato. C’è lo snodo della “risorsa limitata”, perché solo a questa si applica la Bolkenstein: ci sono abbastanza spiagge per tutti o no? Ogni costa è spiaggia? Lo scoglio vale? C’è l’idea di cominciare a fare una mappa delle spiagge: quelle in concessione e quelle libere. E facciamola bene, si dice, facciamola precisa, facciamola con calma. C’è che la mappa c’è già, dal 2021.

Ne usciremo, forse, solo con l’erosione delle spiagge per via dell’innalzamento del livello dei mari. Noi milanesi faremo il bagno al Lido di Lodi, dice Telmo Pievani, e cambierà tutto. Il cambiamento climatico è più veloce della politica.

Tag: riscaldamento globale, spiagge, erosione

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