L’amministrazione Trump ha deciso di intervenire (anche) sul linguaggio. Perchè le parole sono reali. La notizia è stata resa nota dal New York Times, che ha pubblicato la lista delle parole messe al bando – e che stanno progressivamente scomparendo dai documenti ufficiali e dalle comunicazioni governative. D’ora in poi, niente più “gender”, niente più “trans”, niente più “persone non binarie”, “LGBT”, “nativi americani”, “salute mentale”, “attivismo”… Tutto il lessico legato all’identità di genere, all’orientamento sessuale, alle origini e alle specificità individuali viene così pian piano cancellato, come se l’esistenza stessa di certe parole generasse differenze, disagi e problemi. Come se, nel migliore dei mondi possibili immaginato da Trump, queste realtà non dovessero esistere. Persino la parola “donna” è nel mirino, quasi che il semplice fatto di non essere uomo costituisse di per sé un’anomalia.
Si potrebbe pensare che ci siano problemi più urgenti di cui occuparsi. Ma il linguaggio non è un dettaglio. È tutt’altro che una questione secondaria. Il linguaggio crea, modella, distrugge. Le parole – lo sappiamo ormai da tempo – non sono neutre: fanno, incidono, lasciano traccia. Come gli insulti, che colpiscono come lame, con la stessa violenza di un’aggressione fisica. Oppure come la promessa, che è sempre un impegno, un patto che vincola chi la pronuncia e dà speranza a chi la riceve. Hannah Arendt lo spiegava bene: nell’incertezza del futuro, solo la capacità di fare e mantenere promesse permette di costruire isole di stabilità.
Le parole sono reali e danno ordine alla realtà
Ma c’è di più. Il valore delle parole non si esaurisce nelle azioni che permettono di compiere. Le parole danno anche ordine alla realtà e ci permettono di strutturare il nostro modo di percepire noi stessi e gli altri. Per questo è essenziale insegnare ai più piccoli a nominare ciò che vedono e sentono: solo così la paura o la rabbia non li travolgeranno e potranno orientarsi nel mondo senza esserne schiacciati. Eliminare parole significa eliminare la possibilità di nominare un’esperienza. E ciò che non può essere nominato diventa invisibile. Ma cancellare una parola non cancella la realtà. La rende solo più difficile da riconoscere, comprendere e affrontare.
Il linguaggio dà forma, può persino manipolare. Lo dice bene Victor Klemperer, che nel suo straordinario libro sulla lingua del Terzo Reich mostra come il nazismo non si sia limitato a imporre nuove parole, ma abbia trasformato il significato di quelle esistenti, avvelenandole dall’interno. Parole apparentemente innocue come “eroico”, “fanatico” o “sacrificio” furono usate per modellare il pensiero collettivo, mentre altre, come “compassione”, sparirono quasi del tutto.
Non si trattava solo di censura, ma di riscrittura della realtà. Un processo che oggi vediamo ripetersi (sebbene in forme diverse) laddove si cerca di rendere inesistenti intere categorie di persone eliminando le parole che le nominano. La questione, dunque, non riguarda solo un elenco di termini proibiti. Riguarda chi può parlare, chi può esistere, chi può essere riconosciuto. E ci riguarda quindi tutti.
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