Mettere insieme famiglia e lavoro, lo sanno molto bene le donne, è impresa logorante. Vita familiare e tempi di lavoro non sembrano fatti per stare insieme: come orari, incastri, compatibilità. A tenerli uniti è la fatica delle donne, il loro saper costruire ingegnose macchine sociali che comprimono il tempo, connettono attività diverse, rimbalzano in acrobazia su nonne, asili nido e baby sitters. Per la capacità delle donne di stare dietro a sette cose contemporaneamente, mentre noi maschi siamo in affanno a farne due. E una è respirare.
Le aziende poi sembrano metterci del loro a complicare la questione, per fortuna con qualche eccezione. Per questo la Regione Lombardia e l’Università Cattolica di Milano premiano da tre anni aziende, pubbliche amministrazioni e organizzazioni non-profit che hanno ideato e messo in pratica progetti che conciliano vita familiare e tempi di lavoro.
È il Premio FamigliaLavoro e quest’anno lo ha vinto una imprenditrice di Lodi. Si chiama Anna Josè Buttafava, proprietaria di tre negozi di parrucchiere. Ha cominciato nel 1978 con una dipendente e oggi ne ha 28. Due sono maschi, ventisei donne, il 30% è mamma e altre due lo diventeranno nei prossimi mesi. La signora Anna tiene molto alla formazione del personale e ci ha sempre investito tempo e risorse. Anche se questo significa aiutare la crescita di possibili futuri concorrenti, le dipendenti che si mettono in proprio. “A livello nazionale l’80% dei collaboratori non arriva a superare i cinque anni di permanenza in un salone, dice, ma da noi la media si abbassa al 30%”.
Per l’attenzione che la signora Anna ha sempre avuto nel riconoscere i bisogni di chi lavora per lei. Così le lavoratrici sono più legate all’impresa, che ci guadagna in efficienza e produttività. La signora Anna non ci ha messo molto a capire quale sia uno degli incubi peggiori per le sue dipendenti, soprattutto quelle che hanno figli: tornare a casa dopo una giornata di lavoro e sapere che lì, insieme ai tuoi cari, ti aspetta anche il mucchio dei panni da stirare. L’orrendo mucchio. Una prospettiva che pesa sull’umore e fa anche lavorare peggio.
Così due anni fa progetta Stiro Amico e lo propone al Dipartimento Famiglia del consiglio dei Ministri. Perché c’è una legge, la n. 53 del 2000, che finanzia le aziende ad innovare la logorante convivenza tra tempi di vita e tempi di lavoro. Il progetto viene approvato e la signora Anna lancia una gara d’appalto tra le stirerie vicine ai suoi saloni. Sceglie la migliore e dal settembre 2009 le serate delle sue dipendenti un po’ cambiano: non devono più passarle con il ferro da stiro in mano perché hanno a disposizione tre ore alla settimana di stireria. Gratuitamente. ”Sollevare da questo impegno domestico le mamme lavoratrici ha creato più serenità in salone, un maggior interesse per il lavoro ed è diminuito l’assenteismo”. Il lavoro della parrucchiera costringe a stare molte ore in piedi, come quando si stira: agevolandone uno si migliora anche l’altro. È una riflessione semplice. La poteva fare solo una donna.

Massimo Cirri e Filippo Solibello

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