Secondo lei

La scuola delle buone madri

mamma con figli

Se esistesse una “scuola delle buone madri”, dove costringere a una riabilitazione le madri che siano state scoperte a compiere un qualche errore educativo, emotivo o di cura nei confronti dei figli, probabilmente vi saremmo detenute in molte. Anche quelle che non ammetterebbero mai di essere, per qualche aspetto, o di essere state, in qualche momento, delle “cattive madri”. Ci sarebbero anche tantissimi padri in quella scuola, evidentemente, ma ancora troppo spesso la percezione rispetto alla bontà di un padre e quella di una madre è diversa. Dalle madri ci si aspetta il “sacrificio”, e di buon grado.

C’è una vignetta che circola in rete sugli stereotipi di genere nella genitorialità: papà che spinge un passeggino smanettando sul cellulare = BRAVO papà, mamma che spinge un passeggino smanettando sul cellulare = mamma DISATTENTA. Che cosa significa? Che il giudizio sulle madri è quasi sempre impietoso: se amano troppo, se amano troppo poco, se amano male, se sono troppo severe o troppo permissive, se hanno uno stile evitante o uno stile intrusivo, se sono distratte o troppo presenti. Madri tigri, madri chiocce, madri frigorifero (terrificante definizione di madri anaffettive nata nell’ambito degli studi sull’autismo degli anni ’30), madri malevole (la cosiddetta sindrome della madre malevola o alienazione parentale in caso di divorzio, che può diventare una guerra combattuta contro le madri alle quali vengono portati via i figli): la storia culturale recente è costellata di appellativi che denigrano certi “stili” materni. Pensiamo all’aggettivo medievale “madornale” che ovviamente deriva da “madre” e che nel suo significato figurato si riferisce a qualcosa di inaudito, tremendo, inconcepibile. Alle madri non si perdona niente.

La scuola delle buone madri” esiste solo nel bellissimo e angosciante romanzo distopico di Jessamine Chan che ho tradotto l’anno scorso per Mondadori: lo Stato controlla le madri e tiene monitorate quelle che non si dimostrano all’altezza, come Frida che, per un errore di valutazione, nella sua Pessima Giornata, lascia la bambina incustodita per un lasso di tempo breve, ma sufficiente per incorrere in una denuncia al Tribunale della Famiglia. Così comincia l’incubo nel centro di riabilitazione per le madri imperfette.
Ma anche fuori dai romanzi distopici quando accade un fatto di cronaca nera, nei casi estremi, ogni volta che un maschio fa qualcosa di brutto, il dito del giudizio si punta soprattutto sulla madre: “Ma che razza di madre ha avuto? Come lo ha cresciuto sua madre?”. Essere genitori (normali) è impresa difficilissima, ed essere buone (sufficientemente buone, via) madri lo è ancora di più. Il giudizio sociale sulle madri non adatte è durissimo.

Maschi e femmine, madri e padri si trovano in questo momento storico in una fase di profondo ripensamento dei ruoli. Nessuna e nessuno di noi è escluso da questa rivoluzione che forse ci permetterà di superare una visione dicotomica e rigida, per aprirci a una dimensione di amore e responsabilità condivise che, per molte cose, ovviamente non tutte (la biologia resta tale) prescindono dal genere. È un lungo viaggio, quello da fare.

Tag: stereotipi di genere, giudizio sociale, genitorialità, educazione

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