La diffusione impetuosa dell’intelligenza artificiale, anche nelle sue forme più facili da usare per i consumatori, suscita discussioni sempre più grandi, molte preoccupazioni, diversi interventi normativi. L’Unione Europea ha da subito approvato regole importanti. L’AI Act è entrato in vigore da qualche anno e con i regolamenti di attuazione diventa un insieme di misure sempre più concrete, orientate a indurre i produttori a testare i servizi prima di metterli sul mercato, ridurre i rischi sistemici, contenere l’inquinamento di false notizie che grazie all’intelligenza artificiale si presentano come verosimili. Dalla California all’India e alla Corea, le regole europee sono considerate un esempio da imitare. I critici sostengono che queste regole frenano l’innovazione: in realtà, alla lunga, probabilmente servono a qualificarla, a renderla più degna di fiducia, a indirizzarla verso il rispetto dei diritti umani e del benessere della popolazione.
In effetti, avendo immesso sul mercato modelli potentissimi, senza riguardo per le conseguenze che avrebbero potuto generare nella società, alcune grandi compagnie hanno conquistato un potere di mercato gigantesco. La deregolamentazione dell’intelligenza artificiale garantita dagli Stati Uniti finora non ha tanto favorito l’innovazione, quanto la prevaricazione di alcuni fondamentali diritti, come il copyright o la privacy, in nome della conquista di posizioni dominanti nel settore. Le conseguenze sono note: ci sono giovani che confidano i loro problemi alle intelligenze artificiali, per poi seguirne i consigli, come se fossero dei bravi psicologi; ci sono risparmiatori che credono ai suggerimenti sugli investimenti finanziari che trovano in questi servizi; ci sono cittadini che non si pongono domande sull’autenticità delle informazioni che trovano in rete e non riescono a distinguere i video o le foto totalmente fabbricate con l’intelligenza artificiale; e così via.
Non arrendersi all’intelligenza artificiale
Ma le regole non basteranno. Occorre consapevolezza da parte dei cittadini. Perché usare l’intelligenza artificiale offre indubbi vantaggi e risolve una quantità di problemi pratici. Ma è necessario alimentare un senso critico che le interfacce dei modelli come ChatGPT e Claude tentano inesorabilmente di limitare, instaurando relazioni coinvolgenti e forme di dialogo particolarmente gratificanti per gli utenti. Un esperimento di Steven Shaw e Gideon Nave della Wharton School alla Pennsylvania State University ha mostrato quali conseguenze può generare tutto questo. Il loro paper del gennaio 2026 mostra come l’intelligenza artificiale stia cambiando il modo di ragionare e hanno lanciato l’allarme: gli umani si stanno arrendendo cognitivamente. Gli scienziati hanno sottoposto un gruppo di persone a un insieme di problemi da risolvere con l’aiuto di un’intelligenza artificiale e hanno dato gli stessi problemi a un gruppo di controllo che non aveva il supporto di intelligenza artificiale. I primi hanno risposto meglio dei secondi quando la loro intelligenza artificiale dava un aiuto corretto, mentre erano peggiori quando l’intelligenza artificiale che usavano era modificata in modo da dare risposte sbagliate. In pratica, le persone si affidavano all’intelligenza artificiale senza usare il loro senso critico o le loro conoscenze. Non era un problema di quelle persone: semplicemente cadevano nella tentazione di affidarsi troppo alle macchine per pensare. E questo rischio non si può risolvere con una normativa. Si può affrontare soltanto con l’informazione e la consapevolezza.
Utile da sapere
Pensiero lento, veloce o artificiale?
Steven Shaw e Gideon Nave, “Thinking—Fast, Slow, and Artificial: How AI Is Reshaping Human Reasoning and the Rise of Cognitive Surrender”, The Wharton School Research Paper, 11 gennaio 2026
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