Fa discutere la proposta di legge presentata da Fratelli d’Italia, nel dicembre dello scorso anno, “Disposizioni per la tutela e la promozione della lingua italiana e istituzione di un Comitato per la tutela, la promozione e la valorizzazione della lingua italiana” che avrebbe l’obiettivo di sanzionare, scoraggiandone l’utilizzo, le parole straniere soprattutto nella pubblica amministrazione, con multe tra i 5 e i 100 mila euro. C’è chi difende la proposta, chi la trova risibile e chi la definisce un’operazione degna del ventennio fascista, quando il regime di Mussolini, dal 1923, partì con una crociata antiesterofila che ebbe l’effetto di italianizzare decine di vocaboli entrati nell’uso comune: dalla terminologia calcistica, al cibo, ai cognomi d’origine straniera e ai nomi di città estere. E così il sandwich, grazie al Vate Gabriele d’Annunzio, diventa un tramezzino, un film una pellicola e via discorrendo. 

La lingua – e no, non mi riferisco a quella che tutti teniamo in bocca e che ci consente di leccare un gelato, percepire i gusti dei cibi e di baciare alla francese chi ci piace, ma a quel complesso sistema di segni, fonemi e parole, significanti e significati che ci consente di comunicare nel modo più appropriato e accurato possibile – è una delle evoluzioni più affascinanti dell’umanità. Ci ha consentito di tramandare il nostro sapere dapprima in forma orale, poi in forma scritta e di spedire missive nel tempo agli umani che sarebbero venuti dopo di noi. Siamo esseri sociali e per esercitare questa nostra prerogativa abbiamo bisogno di segni linguistici, di parole. La Langue, secondo la definizione del grande linguista francese Ferdinand de Saussure è “l’insieme di tutti i saperi di una comunità.” E i saperi si accumulano dietro le nostre spalle come una montagna di oggetti preziosi che ci precedono e ci appartengono, ma ai quali costantemente aggiungiamo nuovi oggetti preziosi, nuovi saperi. 

Nel mondo della globalizzazione è impossibile immaginare di mantenere una purezza della Lingua a fronte di terminologie mediche, scientifiche, sportive, tecnologiche che entrano nell’uso quotidiano. D’altra parte, la lingua italiana pura non è mai stata, se proprio vogliamo andare a vedere. Maria Luisa Altieri Biagi, una delle più importanti studiose di linguistica, descrive la lingua come “oggetto a tre dimensioni”: tempo, spazio geografico e spessore sociale. Questo significa che una lingua è sempre in movimento ed evolve nei parlanti e nel contesto nel quale viene parlata. 

L’italiano deriva dal latino e, più indietro, dall’indoeuropeo, ed è sempre stato permeabile: ricco di francesismi, anglismi, provenzalismi, grecismi, arabismi. Non è soltanto la lingua di Petrarca, Dante e Boccaccio, ma quella del popolo. Tra essere orgogliosi della propria lingua (e dei propri dialetti) e fare una crociata per preservare l’italiano dalle lingue straniere ce ne passa, credo. Ed è questione di opportunità, contesti e misura. La Langue è democratica, porosa, aperta alle contaminazioni. Il discrimine potrebbe essere che dove si possano utilizzare termini italiani si continui a farlo, e anche giocare a creare utili neologismi a partire dai forestierismi. Pretendiamo piuttosto che nella comunicazione pubblica, affinché più persone siano messe nella condizione di comprendere ciò che gli si sta dicendo, si evitino terminologie straniere complesse. E ricordiamoci anche della sublime bellezza di questa nostra lingua, la quarta più studiata nel mondo. Perché, se non è considerata universale come l’inglese? Perché è la lingua di una delle più alte tradizioni letterarie, dell’arte e, soprattutto, della musica, del melodramma e degli spartiti che ancora si studiano imparando cosa sia una sonata, una fuga, un pianissimo, un andante, un allegro ma non troppo o un prestissimo. Una lingua franca della musica che dalla fine del 500 ancora continua a vivere.

Tag: linguaggio, italiano

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