Sopportare la fame è difficile. È difficile anche parlarne, se qualcuno ti impedisce di farlo.

Fu quanto accadde durante la prima guerra mondiale – e chissà in quante situazioni altrettanto drammatiche – quando ai prigionieri era proibito dichiararsi affamati, per non gettare cattiva luce sui sistemi di detenzione. Di questa realtà abbiamo una testimonianza singolare: nel 1915 fu istituito a Vienna un apposito ufficio di censura postale, con lo scopo di vagliare la corrispondenza dei prigionieri italiani con le famiglie.
Un prestigioso linguista, Leo Spitzer, che conosceva perfettamente l’italiano, fu incaricato di esaminare tutte le lettere per trovarvi – e, prima di autorizzare la spedizione, cancellare – ogni possibile allusione ai morsi dello stomaco. I prigionieri, mentre chiedevano a casa l’invio di pacchi alimentari, sapevano che parlare di fame era proibito, perciò cercavano di aggirare l’ostacolo nascondendo il messaggio dietro un nome, un verbo, un aggettivo. I familiari avrebbero capito – se non ci fosse stato di mezzo l’abilissimo Spitzer, che si dedicò al lavoro di censura con maniacale precisione, intercettando e cancellando tutti i passi che in quelle lettere alludevano alla fame. Però, Spitzer era anzitutto uno studioso. Prima di coprire con l’inchiostro i passi incriminati si industriò a copiarli, dedicando a quei testi ore di lavoro oltre l’orario d’ufficio. E a guerra conclusa, nel 1920, pubblicò un monumentale studio linguistico, intitolato “Perifrasi del concetto di fame”, che solo a distanza di un secolo (2019) è stato tradotto e pubblicato in Italia, col sottotitolo “La lingua segreta dei prigionieri italiani nella Grande guerra”.

In questo studio sono schedate, catalogate, spiegate tutte le “perifrasi”, appunto, cioè i ­giri di parole con cui i prigionieri si ingegnavano a comunicare ai parenti il loro stato di sofferenza alimentare. Lo facevano in modo creativo, ricorrendo a ogni sorta di fantasia. Si inventavano improbabili personaggi come lo zio Magno, la signorina Uchefem, i tenenti Magrini e Stecchetti. Un soldato di Faenza scrive: “Io sto bene, ma è da un mese che ho con me l’amico Apadeslafam, e come sapete è una seccatura”. Per chi non avesse familiarità con il romagnolo, sarebbe a dire “Patisco la fame”. Mentre “o che fame!” si chiamerebbe la signorina di cui sopra.
Queste curiose espressioni, che rivelano anche una certa autoironia, quasi incredibile in una situazione come quella, ai parenti dei detenuti in realtà non arrivavano, perché Spitzer le cancellava. Il dialetto non gli era di ostacolo. E la sua cura di ­filologo (francamente ammirevole, se prescindiamo dalla circostanza a cui si applicava) ha ­ finito per consegnarci una storia segreta, nascosta fra le pieghe delle parole.

Tag: Leo Spitzer, sofferenza alimentare, censura

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