Secondo lei

La bellezza non è neutra

Che bellezza, la giovane donna con specchio tascabile cosmetico che fa trucco al chiuso

C’ è qualcosa di apparentemente innocuo – quasi consolatorio – nel gesto di mettersi un rossetto, scegliere una crema, fermarsi qualche minuto davanti allo specchio. In tempi incerti, prendersi cura di sé sembra diventato un piccolo atto di resistenza quotidiana, un modo per rimettere insieme i pezzi. Ma che cosa significa davvero farsi belli? E soprattutto: coincide davvero con il prendersi cura di sé?

La risposta sembra ovvia, e invece non lo è. Perché la bellezza cui siamo abituati a pensare non è mai neutra: è costruita, normata, continuamente rilanciata come un ideale. Una bellezza che promette libertà ma che, più spesso, produce conformità. Corpi levigati, pelle luminosa, segni del tempo attenuati: ciò che appare come naturale è in realtà profondamente codificato. E allora la domanda si sposta: quando diciamo “mi prendo cura di me”, stiamo davvero ascoltando noi stessi, oppure stiamo cercando – più o meno consapevolmente – di aderire a un modello che ci precede?

Il confine è sottile. Non c’è nulla di sbagliato nel desiderio di piacersi, di sentirsi bene nel proprio corpo, di trovare un equilibrio tra dentro e fuori. Ma la cura di sé non coincide necessariamente con l’adeguamento. A volte è il contrario. Significa sottrarsi, dire no, non fare ciò che ci si aspetta da noi. Significa soprattutto imparare ad ascoltarsi. E l’ascolto non è mai neutro: implica la scelta di dare valore alla propria esperienza, anche quando non coincide con le aspettative altrui.

È qui che la filosofia può aiutarci. Quando Michel Foucault riprende la nozione greca di cura di sé, insiste su un punto essenziale: non si tratta di tecniche per migliorarsi, ma di un lavoro su di sé che passa attraverso una trasformazione dello sguardo. Prendersi cura di sé significa interrogare le norme che abbiamo interiorizzato, i desideri che crediamo nostri e che spesso non lo sono.
Se la cura di sé diventa un imperativo – “devi prenderti cura di te”, “devi valorizzarti” – rischia di trasformarsi in una nuova forma di disciplina. Più dolce, più seducente, ma non per questo meno vincolante. Ci si prende cura di sé per essere all’altezza, per essere desiderabili, per essere riconosciuti. E allora non è più davvero cura: è adattamento.

La vera difficoltà sta qui: distinguere tra ciò che ci fa bene e ciò che ci viene richiesto. Perché la cura di sé, quando è autentica, non coincide con la perfezione. Ha a che fare con la possibilità di abitare le proprie crepe senza vergogna, di smettere di correggersi per corrispondere a uno sguardo esterno. In questo senso, la bellezza non scompare, ma cambia statuto: non è più un modello da raggiungere, ma una relazione da costruire. Non qualcosa che si impone dall’esterno, ma qualcosa che emerge quando si smette di forzarsi.
Forse, allora, farsi belli significa diventare più fedeli a sé stessi. E la fedeltà a sé è un lavoro fragile, intermittente, talvolta scomodo. Non passa attraverso ciò che appare, ma da come abitiamo il nostro corpo, il nostro desiderio, la nostra vulnerabilità. È qui che la cura di sé si sottrae alla logica del mercato e torna a essere un gesto etico: non per adeguarsi, ma per restare in rapporto con sé.

Puoi leggere questo articolo anche sull’edizione online di Consumatori o ritirare gratuitamente la copia cartacea della rivista in un negozio Coop

Tag: equilibrio, cura, modelli, bellezza

Condividi su

Lascia un commento

Dicci la tua! Scrivi nello spazio qui sotto cosa pensi dell’articolo, la tua opinione è importante per noi.

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.

Ho letto la policy privacy e accetto il trattamento dei miei dati personali

Iscriviti alla
newsletter

di Consumatori

Ricevi ogni mese via mail la rivista digitale e le notizie più interessanti

;