Molti pazienti mi chiedono un’opinione sulle app che ci guidano nella scelta di un alimento, in modo da potersi orientare in un mercato che offre decine di migliaia di cibi differenti, e capire quanto possano essere salutari. Ce ne sono diverse, tuttavia Yuka è la più diffusa in Italia, dove è stata scaricata e installata sullo smartphone da ben 3 milioni di persone. È un’app sviluppata in Francia e utilizzata da circa 40 milioni di utenti. La facilità di utilizzo è una delle chiavi del suo successo: basta scansionare il codice a barre di un prodotto per ottenere un giudizio con un punteggio che va da 0 a 100, e un pallino colorato associato al giudizio che cambia ogni 25 punti: rosso (scarso), arancione (mediocre), verde chiaro (buono), verde scuro (eccellente).

In ambulatorio abbiamo voluto provarla con ciò che avevamo – un normale biscotto integrale -, ottenendo la peggiore valutazione possibile: bollino rosso, con soli 9 punti. Come mai? La app prevede la valutazione del profilo nutrizionale con il Nutriscore (che pesa per il 60% del giudizio), della presenza di additivi alimentari (che vale il 30% del giudizio), e da ultimo il fatto che sia un prodotto biologico (cosa per cui ottiene un “bonus” del 10%). Senza entrare nel merito dell’utilizzo del Nutriscore, un sistema rifiutato dal nostro ministero della Salute, la “bocciatura” del biscotto è dovuta prevalentemente alla presenza di un agente lievitante, il difosfato disodico, usato in molti prodotti da forno e di cui non dobbiamo avere paura. Sia l’European Food Safety Authority che le nostre linee guida Larn sono chiare: solo una assunzione eccessiva di fosfati, ben oltre i livelli accettabili per la popolazione, può provocare problemi alla salute e soprattutto in persone vulnerabili (con problemi renali). Anche una eccessiva assunzione di sale o proteine può far male alla salute, in particolare a chi ha problemi renali, ma non per questo dobbiamo demonizzarli. Giudicare un alimento come “junk food” solo perché contiene del difosfato disodico, senza neppure sapere quanto ne contiene, è un metodo discutibile che rischia di portare il consumatore a scelte non basate su evidenze scientifiche condivise. Questo è il motivo per cui l’Antitrust italiana ha aperto un’istruttoria che si è conclusa con un accordo in cui Yuka si impegna ad avvertire l’utente che l’uso della app “non garantisce una salute migliore a chi la utilizza” e che lo stato di salute dipende anche dal “quantitativo di prodotto consumato e alla frequenza con la quale esso viene consumato”.

Quanto al peso dato al “biologico”, facendo un test su due tipologie di olive in vasetto della stessa azienda, di cui una “bio”, con valori nutrizionali simili ad eccezione del contenuto di sale che risulta più del doppio nelle olive biologiche, quest’ultime sono risultate “eccellenti”, e quelle normali “buone”. Il consumo di alimenti biologici sta iniziando a mostrare risultati scientifici interessanti, ma è corretto ricordare che questi sono lungi dall’essere conclusivi, e le linee guida non consigliano di preferire la versione biologica di un alimento. A maggior ragione in un caso come quello delle olive, dove un contenuto significativamente superiore di sale avrebbe dovuto avere maggiore peso rispetto alla provenienza biologica.

Il tema è apparentemente semplice e l’idea di fornire al consumatore uno strumento utile per orientarsi è interessante, ma la materia è complessa e richiede algoritmi interpretativi articolati, che necessitano di una più ampia condivisione scientifica se si vogliono dare al consumatore strumenti affidabili.

Tag: app, Yuka, profilo nutrizionale, Nutriscore

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