Stare dentro e stare fuori. In queste settimane abbiamo dovuto imparare tutti a restare in casa. Chiusi dentro per il bene nostro e quello degli altri. Un sacrificio necessario, una mezza reclusione. Abbiamo cercato un modo per uscirne, almeno mentalmente. Tutti abbiamo usato di più internet, o abbiamo cominciato ad usarlo. Per non sentirci troppo soli, per la noia, per guardare un film o salutare il nipote che non si può andare a trovare il sabato pomeriggio. Magari è stato lui, nove anni, nativo digitale, a insegnarci quei clic per mettere a punto la videocamera: “Bravo nonno, adesso si che ti vedo bene”.

Siamo un po’ agli arresti domiciliari e abbiamo riflettuto sul dentro e sul fuori. Allora può esserci utile vedere cosa si sono inventati quelli chiusi dentro da prima, in carcere, per tenere un collegamento con il fuori. Si chiama “Economia carceraria” e la fanno in tanti. Producono varie cose.  Colpiscono i nomi.

A Rebibbia, la casa circondariale di Roma, fanno il Caffè Galeotto. In tre carceri sarde  fanno un Formaggio Galeghiotto, spalmabile e dolce. Dalla casa di reclusione di Sant’Angelo dei Lombardi, in Campania, esce una falaghina che si chiama Fresco di galera. È un vino bianco, va bevuto giovane. Ad Alba fanno un rosso, «abboccato piacevole, morbido». Si chiama Valelapena. C’è anche un birrificio artigianale, spillano i  detenuti ammessi al lavoro esterno del carcere di Rebibbia, che si chiama Vale la pena. Ne fanno una a bassa fermentazione, A’gattabuia, e una bionda che si chiama Regina Birrae, in onore a Regina Coeli, altro carcere romano.

Dal minorile di Palermo escono frollini, biscotti, snack salati – ottimi i Piccottelli al pomodoro – e cioccolato. Il laboratorio si chiama Cotti in fragranza. Nel minorile di Milano fanno dolci Buoni dentro. A San Vittore e Bollate, sempre a Milano, fanno magliette, borse e grembiuli a marchio Gatti Galeotti. Molto di tendenza i pigiami e le canotte donna. Adesso la produzione è cambiata: si cuciono mascherine chirurgiche in tessuto non tessuto per l’emergenza coronavirus, come nei laboratori di sartoria dei altre 25 carceri.

Nel carcere di Bergamo sfornano grissini e craker, I Pizzicati: «croccanti sfoglie arricchite da ingredienti genuini, i cracker sprigionano tutto il loro sapore». Nella casa circondariale di Verbania producono lingue di gatta, cookies al cioccolato, frollini, baci di dama e polentine: è la linea Banda biscotti. Ci sono anche i Barabitt – farine di grano tenero, bramata di mais, integrale di avena e cioccolato fondente – perché «dove oggi vengono prodotti i nostri biscotti, un tempo sorgeva l‘Istituto di correzione per quei ragazzi difficili che in dialetto venivano chiamati barabitt». Sono al 100% Buoni Dentro.

E poi Farina nel sacco a Torino, Dolci evasioni a Siracusa e Scappatelle a Bari e Nisida. E internet, quello che ci fa evadere da casa? Le detenute di Pesaro prepareranno video tutorial per insegnare come riparare gli elettrodomestici. Non c’è ancora un nome. Sarà sicuramente autoironico. Quando si è un po’ ristretti l’ironia serve molto, allarga gli orizzonti. «La libertà comincia dall’ironia», dice Victor Hugo.

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