Un mito antico, riportato da Ovidio nel settimo libro delle “Metamorfosi”, racconta che Zeus, il padre degli dei che i latini chiamarono Giove, una volta scese sulla terra in compagnia di Ermes (Mercurio per i romani) per verificare come si comportavano gli uomini. In particolare, se fossero attenti alla cura degli ospiti.
Dopo avere lungamente girovagato nelle campagne della Frigia i due cercarono un luogo dove riposarsi, ma nessuno volle accoglierli. Solo due anziani coniugi, Filemone e Bauci, aprirono le porte della propria casa, una povera capanna costruita con canne e fango. Per questa generosità furono i soli che meritarono di salvarsi quando la regione fu devastata da un terribile diluvio, mandato da Zeus per punire gli abitanti del luogo. Ai due anziani Zeus promise di esaudire qualsiasi desiderio: essi chiesero che la loro casa fosse trasformata in un tempio consacrato allo stesso Zeus, che loro potessero diventarne i sacerdoti e che potessero morire insieme. Ed ecco che, dopo aver vissuto ancora molti anni, ormai vecchissimi furono trasformati in due alberi, lui in una quercia, lei in un tiglio, e uniti per il tronco continuarono per secoli a farsi compagnia.

Il tenero episodio, uno dei più celebri della mitologia greca, ha il suo momento clou nel pasto che i due anziani contadini offrono agli dei. Prodotti semplici, presi dall’orto e dal cortile: olive, corniole, indivia, ravanelli, latte cagliato, uova cotte nella cenere. Un vino leggero. Tanta frutta: noci, fichi secchi, datteri, prugne, mele, uva. Un favo di miele. Sul tavolo, stoviglie di terracotta e boccali di legno. Un pasto frugale, ma è tutto ciò che possono permettersi; tutto è condiviso con gli ospiti. E soprattutto “si aggiungono facce buone, sollecitudine sincera e generosa”. Ecco come, duemila anni fa, si esalta l’ospitalità come elemento decisivo dell’armonia, della gentilezza, del vivere civile. La cura dell’ospite è fatta di gesti delicati e di sorrisi: “facce buone”. Di attenzione “sincera e generosa”. Non si chiede di più. Ogni cibo, a quel punto, sarà squisito. Come sarebbe sgradito un cibo offerto frettolosamente e senza attenzione.

A tavola ci si siede per mangiare, ma non solo per quello. Lo si fa anche e soprattutto per condividere un momento gioioso. Per stare bene insieme. Lo scriveva Plutarco in un passo delle “Dispute conviviali” che mi capita spesso di ripetere: “Noi non ci sediamo a tavola per mangiare e per bere, ma per mangiare e bere insieme”. Ospitare alla propria tavola è un modo di prendersi cura degli altri, e il segreto di questo gesto semplicissimo e straordinario è che esso gratificherà entrambi: sia chi ospita, sia chi è ospitato. Non per nulla la parola “ospite” indica l’uno o l’altro indifferentemente. È un caso forse unico, sul piano linguistico, per indicare la reciprocità di un’azione e del piacere che essa riesce a dare.

Tag: convivialità, ospitalità

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