La prima libreria del mondo si chiamava Livraria Bertrand ed era stata fondata a Lisbona nel 1732, in pieno Illuminismo, da un signore di nome Faure e dai suoi soci, i fratelli Bertrand. Cento anni dopo, la libreria passò a José Fontana, lontano parente dei Bertrand. La storia della morte per suicidio in libreria di Fontana, allora gravemente malato di tubercolosi, nel 1876, mi colpisce moltissimo: mazziniano, tra i fondatori del partito socialista in Portogallo, attivista politico, tipografo e, appunto, libraio. Un emigrante ticinese che voleva cambiare il mondo: così lo descrive lo scrittore Alberto Nessi nel romanzo che gli ha dedicato: «Mi chiamo José, ho trentun anni, faccio il libraio a Lisbona. Sono malato di polmoni e voglio cambiare il mondo».
Ho sempre creduto che questo fossero le libraie e i librai: persone che volevano cambiare il mondo con la sola forza delle parole e delle idee, quelle scritte e quelle pronunciate. Creature entusiaste e malinconiche al tempo stesso, con la testa piena di ideali e sogni che inevitabilmente andavano a scontrarsi con la fredda logica dei numeri: copie vendute, fatturato, tasse.
Il mio primo libraio fu un colpo di fulmine: gestiva la libreria Lo Stregatto di Budrio e dopo la cartolibreria di Franca fu la persona che, aprendo la porta di quel piccolo locale, mi spalancò i portoni dell’immensità: libri e dischi, parole e musica. Aveva i capelli rossi e gli occhi chiari, si chiamava Carlo Rizzoli e assomigliava a Francesco De Gregori. Aveva un sosia, il fratello gemello, ma io li distinguevo. Ancora oggi conserva lo stesso appeal da pirata di allora, pure se non fa più il libraio e se n’è andato a vivere in un’isola, eterno ragazzo, eterno libraio del cuore. Approdando con il liceo alla città di Bologna la libreria divenne quella di una grande catena dove ci si andava a perdere. C’erano commesse e commessi, certo, e se avessi avuto bisogno avresti potuto chiedere, ma la grande libreria ti permette l’invisibilità assoluta, puoi girare tra gli scaffali, trovare cose che non cercavi, farti guidare dall’intuito e dalla curiosità, tacere. Sono due esperienze estremamente diverse e l’una non annulla l’altra.
Oggi, le piccole librerie faticano tantissimo a restare in piedi e ci diciamo che vanno sostenute, ci crediamo, poi però lo facciamo, trasgrediamo: compriamo i libri online, perché si fa prima, arrivano dritti a casa, spesso sono scontati. Eppure, la libreria fisica, quella che deve combattere per far quadrare i conti a fine mese, dovrebbe continuare a essere un porto sicuro, anche nei paesini più remoti e sperduti. È il luogo magico dove si fa comunità, dove lettrici, lettori e libri si incontrano, dove nascono amicizie, collaborazioni e chissà, anche amori. Ci sono tante belle iniziative che vanno diffondendosi nel mondo di biblioteche e spazi pubblici, oltre che appunto di librerie, dove si organizzano Silent reading party: niente telefonini, solo pagine. Leggere è un’attività solitaria che può essere svolta altresì e felicemente in compagnia.
Ripenso al signor José Fontana, morto impiccato (pare) nello scantinato della sua libreria di Lisbona a soli 36 anni e immagino la montagna di libri, di idee, storie e persone al piano superiore che piangono lacrime di sangue, i fogli che perdono le lettere e impallidiscono. Ogni libraia e ogni libraio sono un coacervo di sogni e contraddizioni, sono sentinelle e custodi del sapere condiviso e in quanto tali andrebbero tutelati e difesi come specie protetta.
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