La parola Mediterraneo non evoca necessariamente il mare: l’etimologia significa “fra le terre”, “in mezzo alle terre”. È una parola che unisce, che implica circolazione, scambio, condivisione (di uomini, di merci, di idee) fra le terre che si distendono “attorno” a quello spazio. Uno spazio che non serve a dividere ma a mescolare, a combinare. Questo è stato, nei secoli, il Mediterraneo-mare. Quella cosa su cui gli antichi Greci, secondo una suggestiva immagine di Platone, si affacciavano “come rane su uno stagno”. Quella cosa che i Romani chiamarono “mare nostro”, enfatizzando un’immagine di potere dal tono indubbiamente imperialista, che tuttavia riprendeva l’idea antica di una realtà attorno alla quale si è uniti. Peraltro, l’imperialismo romano non mancò mai di riconoscere la diversità di culture e tradizioni fra le genti che abitavano attorno a quello stagno.

L’unità nella diversità è sempre stato uno dei segreti della vitalità del Mediterraneo: tante culture, mai però autoreferenziali. Uno spazio di reciprocità e di interazione, che proprio per questo seppe produrre una straordinaria ricchezza di cultura. Anche alimentare, anche gastronomica. Talvolta quel mare sembrò configurarsi come confine fra mondi rivali (accadde nel Medioevo, quando cristianesimo e islam si contrapposero dall’una all’altra sponda), ma gli scambi e il reciproco arricchimento non cessarono. Dal mondo islamico, nonostante ogni possibile conflitto, vennero all’Europa mediterranea prodotti nuovi, come gli agrumi, lo zucchero, gli spinaci, le melanzane, il riso; tecniche nuove, come quella di far seccare la pasta per trasformarla in un prodotto industriale; nuove spezie e altro ancora. La capacità di inclusione fu sempre una caratteristica di questo spazio culturale: in età moderna vi attecchirono mais, patate e pomodori, venuti dall’America. Si ambientarono perfettamente, tanto da diventare elemento costitutivo delle cucine mediterranee, così come le melanzane arrivate da Oriente nel Medioevo. Non è importante dove si nasce. Importante è dove si decide di abitare. Considerazioni come queste, suggerite dalla storia dei prodotti e dei modelli alimentari, hanno evidenti implicazioni politiche.

Anche su queste si cercherà di riflettere nelle settimane del “Baccanale” che prende il via a Imola il 20 ottobre e si protrae fino al 12 novembre. Il tema scelto per l’edizione 2023 è “mediterraneo”, con la minuscola, a significare che non ci si limiterà a parlare del “nostro” Mediterraneo (nome proprio di luogo) ma di un mediterraneo come modello civile, luogo di integrazione “fra le terre”, luogo di diversità che si confrontano e si arricchiscono, luogo di apertura e di attenzione alle culture altre. La grafica dell’evento – affidata all’ormai celebre Cibo, che, con tocchi pittorici attenti e mirati, riesce a trasformare in “bello” le squallide scritte che ogni tanto appaiono sui muri – non casualmente declina la parola “mediterraneo” con una varietà di font (un tempo li  chiamavamo “caratteri”) tutti diversi fra loro, ma che insieme vanno a realizzare un’unica parola. Il paradigma dell’integrazione.

Tag: mediterraneo

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