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Il glicofosato e il principio di precauzione

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (attraverso lo Iarc, l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro) ha appena definito “probabilmente cancerogeno” il glifosato, un erbicida non selettivo, cioè potenzialmente tossico per tutte le essenze, che arriva a devitalizzare addirittura le radici e i rizomi delle piante (fatto che lo rende praticamente unico). Il  brevetto del glifosato, il più diffuso al mondo, è stato detenuto fino al 2001 dalla Monsanto, che lo commercializza tuttora e che si è affrettata a definire “scienza spazzatura” la determinazione dello IARC suggerendo addirittura il ritiro del rapporto. Ma il principio di precauzione (se non sono sicuro che un prodotto sia innocuo, mi astengo dall’utilizzarlo in attesa di dati certi) suggerirebbe altra prudenza alla multinazionale Ogm e anche al Governo italiano che si avvia a mettere in atto un piano di azione nazionale per l’uso dei prodotti fitosanitari che ne prevede un’utilizzazione ampia e generalizzata. Peggio, nel piano italiano non sono previste azioni concrete per la riduzione dei pesticidi né per l’incremento concreto dell’agricoltura biologica e biodinamica.

Il nostro Paese è (Ispra, febbraio 2015) il maggiore consumatore tra quelli dell’Europa occidentale di pesticidi per unità di superficie coltivata, con valori doppi rispetto a quelli della Francia e della Germania. Molto alto anche il numero delle sostanze di cui si trovano importanti tracce nelle acque: 175 tipologie di pesticidi nel 2012 a fronte dei 166 del 2010 e dei 118 del biennio 2007-2008. E le sostanze che più spesso hanno determinato il superamento sono appunto il glifosato e i suoi metaboliti, il metolaclor, il triciclazolo, l’oxadiazon, la terbutilazina.

Ma il paradosso sta nel fatto che il piano di azione del Governo si chiama “per l’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari”. Come possa essere sostenibile un prodotto probabilmente cancerogeno rimane un mistero, ma più misteriosa ancora è la posizione delle associazioni degli agricoltori italiani che non si capisce bene se e quanto vogliano davvero una riconversione sostenibile delle loro attività. Mentre in Olanda, Francia e Brasile tutti i prodotti anche solo probabilmente cancerogeni vengono banditi in attesa di dati sicuri, in Italia si resta nel guado. E non si considera che a essere esposti al rischio non sono solo i cittadini, ma prima di tutti e più direttamente gli stessi agricoltori.

Il cibo riguarda tutti da vicino, ma non si può trasformare tutto il pianeta in un gigantesco orto. Sulla Terra c’è un posto per il deserto, uno per le montagne e uno per i ghiacci, non tutto il territorio è coltivabile. Ma spesso gli uomini hanno pensato di poter forzare questo limite fisico con le cosiddette rivoluzioni verdi che hanno sempre avuto un riflesso negativo, nemmeno tanto nascosto. I pesticidi ci hanno permesso di ottenere più cibo a costi ridotti, ma hanno compromesso la salute complessiva dell’umanità stessa. E spesso senza averne in cambio una qualità migliore dell’alimentazione. Forse nell’anno dell’Expo milanese avremmo potuto dare un segnale di inversione di tendenza.

maggio 2015

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