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Il falso allarme e la difficile tutela dei cittadini

L’allarme per il terremoto, dato anche attraverso i social network, in Garfagnana ha suscitato parecchie polemiche. E viene giudicato dagli esperti come un frutto avvelenato del clima che si è instaurato in Italia a proposito del rischio naturale dopo la sentenza dei giudici de L’Aquila, che hanno addossato alla Commissione Nazionale Grandi Rischi la colpa di alcune delle morti nel sisma dell’aprile 2009. La questione è piuttosto semplice e tipicamente italiana, perché in nessun altro paese del mondo si pone negli stessi termini: dovunque gli scienziati si possono esprimere secondo scienza e coscienza senza temere i rigori di una magistratura parecchio a digiuno di metodo scientifico e ancora più di protezione civile. I cittadini de L’Aquila, giova ribadirlo, non sono stati uccisi da un mancato allarme dei tecnici, ma dal fatto che le case erano state mal progettate e costruite. In tutto il mondo moderno un terremoto di magnitudo 6,3 Richter, al massimo, fa cadere qualche cornicione, dunque la cosa migliore da fare è restare in casa: la maggior parte dei feriti infatti viene colpita da cornicioni, camini e tegole che cadono nel momento in cui si abbandona precipitosamente l’abitazione.
Ma al di là del processo e degli imputati (e delle loro storie personali, sempre cruciali), il frutto davvero avvelenato di quella sentenza è che, nel paese a  più elevato rischio naturale d’Europa, nessun esperto si sente più sereno di interpretare i segnali della Terra con il necessario equilibrio.  Temendo di finire sotto processo, darà l’allarme anche nei casi in cui, in condizioni normali, non l’avrebbe dato. D’altro canto, in questo modo, si rischia la denuncia per procurato allarme, ragione per cui, se fossero chiamati in qualche commissione di rischio, gli esperti se ne terranno volutamente e giustamente alla larga. Oggi sappiamo che, in media, solo un allarme su due o tre è “vero”,  e già oggi gli operatori turistici e gli amministratori locali non vedono di buon occhio il controllo sui rischi naturali del proprio territorio. E vorrebbero una sicurezza che nessuno può dare loro. Nel 2002 un modesto tsunami alle isole Eolie impose un sistema d’allarme che, però, fu subito osteggiato dagli operatori turistici che temevano i troppi allarmi. E nel 2004, in Thailandia, un sistema d’allarme contro gli tsunami era stato disattivato poco prima dello tsunami di Santo Stefano proprio per le stesse ragioni.
E così molti amministratori locali imposero l’autorità di bacino del Po dopo le alluvioni del 1994 e del 2000, salvo poi condannarla quando le decisioni interferivano pesantemente con le scelte territoriali, nel caso specifico impedendo di costruire nelle aree golenali. L’Italia è un paese in cui oltre la metà del territorio è a rischio sismico e  idrogeologico e in cui ci sono diversi vulcani attivi e rischi industriali di varia forma e natura. Quale difesa resta ai cittadini se gli esperti si tirano indietro perché impauriti e gli amministratori fanno finta di niente o sono in malafede?

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