Carnevale, ovvero il trionfo della carne. È la stagione della festa alimentare, di un’abbondanza che si celebra attorno a piatti di arrosto e di lesso, di fritto e di umido… purché sia carne. Esattamente questo significa l’aggettivo “grasso”, che qualifica il martedì con cui il Carnevale si chiude. Aggettivo intrigante, che riconduce ad aspetti della cultura premoderna a cui non siamo più sensibili. Per prima cosa, l’identificazione della carne col grasso. Oggi è di moda chiedere “carne magra” perché, nei paesi al riparo dal rischio della fame, il grasso è ormai percepito come un pericolo, uno spauracchio da cui prendere le distanze. Così non è stato per secoli, per millenni: la carne era apprezzata proprio in quanto riserva di grasso – quando di grasso in tavola ce n’era poco – e al mercato la carne ricca di grasso costava più della magra. Oggi sarebbe un paradosso, ma l’editto di Diocleziano, fissando per legge i prezzi delle merci, la pensava proprio così, e lo stesso vediamo nelle liste di prezzi di età medievale.

Un altro parametro che ci sfugge è la forza con cui, per secoli, la religione ha disciplinato i comportamenti alimentari. Oggi lo si può ancora dire per ebrei e musulmani, tenuti (se praticanti) a osservare regole precise nella scelta del cibo e nei rituali alimentari. La società cristiana ha invece allentato questi vincoli, fin quasi a cancellarli – tranne sporadiche eccezioni. Ma è stato, per secoli, proprio il calendario liturgico a determinare giorni e periodi “di magro” (quando il cibo carneo era vietato) e “di grasso” (quando era consentito, o addirittura imposto: fare astinenza la domenica era a tutti proibito).

Chi, dunque, nel Medioevo si apprestava a cucinare, doveva sempre confrontarsi con quel calendario: certi giorni della settimana (il mercoledì e il venerdì, di regola; a volte il sabato, secondo le usanze locali) la carne era bandita; ugualmente era bandita nelle vigilie delle feste principali e in brevi periodi che scandivano le quattro stagioni; soprattutto era bandita in Quaresima, i quaranta giorni che precedono la Pasqua. Tutti i ricettari distinguevano le preparazioni di magro da quelle di grasso, e nell’immaginario collettivo i due simboli di tale contrapposizione erano Carnevale e Quaresima, che anche in letteratura – oltre che nella pratica quotidiana – si confrontavano e si opponevano. In questi testi l’esercito di Carnevale, guidato da salsicce, prosciutti e quarti di lardo, combatte contro i pesci, i formaggi, le verdure di Quaresima. E vince, fino al fatidico mercoledì delle Ceneri quando è costretto a ritirarsi in buon ordine. Ecco il momento di levare la carne. Che tornerà a Pasqua, e poi avanti così, alternandosi di periodo in periodo, di giornata in giornata, in tutto il corso dell’anno.

Proprio al carne-levare rimanda l’etimologia di Carnevale, evocando l’abbandono (per quanto momentaneo) del consumo di carne. Il trionfo della carne definito al contrario. Un vero paradosso linguistico.

Tag: digiuno, carne, Carnevale, religione

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1 Commento. Nuovo commento

  • Io le pietanze e i cibi contenenti parti grasse, non li disdegno, anzi le apprezzo molto. Prosciutto crudo, porchetta, costatine di ovino, arrosticini di carne e quelli di fegato, pancetta di suino, lonza, etc. Anche la parte oleosa che si determina ed ottiene dalla cottura delle varie vivande, ebbene la uso per bagnarci delle fette di buon pane fresco e debbo dire che Mi gradiscono tanto. Buona degustazione.. Luca

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