Paesaggi e cultura gastronomica
Capillarmente diffusa sul territorio, la cultura gastronomica italiana ha la sua cifra distintiva nelle diversità locali e nei suoi paesaggi. È il legame ombelicale col territorio (sempre declinato al plurale: i territori) a caratterizzare la cultura italiana, dunque a rendere importante, o addirittura indispensabile il viaggio – per incontrare prodotti, ricette e, prima ancora, paesaggi. Il paesaggio del grano, del vino, dell’olio; il paesaggio della carne e del latte, della frutta e delle verdure; i paesaggi del bosco e dell’acqua… Senza dimenticare i paesaggi dell’industria alimentare, che disegnano nuovi scenari e pongono nuove sfide all’ambiente.
Paesaggi tutti che, in un modo o nell’altro, sono frutto dell’azione umana, nonostante nel linguaggio corrente il termine “paesaggio” si attribuisca piuttosto a realtà “naturali”. Lo sottolineava con lucida semplicità Giacomo Leopardi, in un passo del suo “Elogio degli uccelli”: «Una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è piuttosto artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti entro confini stabiliti e indirizzati a un determinato corso, e cose simili, non hanno quell’aspetto che avrebbero naturalmente. Sicché la vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili è cosa artificiale, molto diversa da quella che sarebbe in natura». In tutto ciò si scorge un rapporto primordiale con la necessità di mangiare: i paesaggi sono per la maggior parte funzionali a creare risorse alimentari, da consumare o da vendere. Sopravvivenza e piacere sono state, in ogni età della storia, la prima molla alla costruzione dei diversi paesaggi, molti dei quali tuttora attraversiamo. Possiamo farlo in modi diversi, in macchina, a piedi, in bicicletta: la scala sarà ogni volta diversa, diverso lo sguardo, ma ovunque, dietro le forme del paesaggio, troveremo qualcosa che ha a che fare col cibo.
Viaggi e paesaggi
Ecco una sfida che si pone al turista di oggi, al viaggiatore che, spesso frettolosamente, attraversa spazi che vede ma non guarda, non conosce, non capisce. Se qualcosa si è rotto nel legame profondo fra l’uomo e il cibo, questo può forse essere riparato a partire dai luoghi che ogni giorno incontriamo e che ci possono parlare, raccontare, spiegare tante cose. Viaggiando, e guardandoci attorno, daremo forma più compiuta a una percezione del cibo che troppo spesso è limitata, troppo univocamente orientata sul piatto, sul negozio, sul ristorante. Sforzarsi di capire i paesaggi – esattamente come un’opera d’arte, un monumento, una piazza che attraversiamo – può essere il primo passo per, magari, concepire idee nuove su come preservarli o migliorarli; in ogni caso viverli con maggiore consapevolezza. I paesaggi non sono altro da noi ma fanno parte di noi, sono nostre creature.
