San Francesco era ghiotto di certi dolcetti chiamati “mostaccioli”, fatti con mandorle, zucchero o miele e altri ingredienti. In particolare gli piacevano quelli di Jacopa, una nobildonna romana che intrattenne con lui rapporti di profonda stima e amicizia. Anche negli ultimi giorni di vita la volle vicino a sé, e non mancò di scriverle una lettera raccomandandole di portargli “quelle cose da mangiare, delle quali tu mi solevi dare quand’io ero infermo a Roma”. Senza neppure ricevere la lettera Jacopa si presentò al capezzale di Francesco con i suoi mostaccioli “e diegliene a mangiare”. Così si legge nei “Fioretti di san Francesco”, ed è un tenero esempio del rapporto cordiale che Francesco ebbe col cibo, in una visione serena e “amica” del corpo che è tipica della spiritualità francescana, lontana, in questo, dall’ossessione per il peccato di gola, per il piacere innescato dal mangiare, che caratterizza la tradizione monastica del Medioevo.
Anche Francesco raccomandava sobrietà e si imponeva digiuni come pratica di penitenza. Ma nei testi che raccontano di lui appare spesso l’idea del piacere e del desiderio alimentare, sempre sobrio e misurato, ma in un contesto di grande serenità – come nell’episodio dei mostaccioli. Un episodio simile è raccontato da Tommaso da Celano: sofferente di stomaco, Francesco aiuta la digestione con qualche erba aromatica e una notte chiede del prezzemolo, “provandone vivo desiderio”. Il cuoco gli fa notare che a quell’ora, col buio, faticherebbe a riconoscerlo. Francesco insiste e gli dice di portare le prime erbe che gli capiteranno a mano. Lui va nell’orto e strappa a caso un mazzo di erbe. Ed ecco, “in mezzo, prezzemolo tenero e ricco di foglie”. Sono piccole storie, che tuttavia rivelano l’umanità e il carattere del personaggio.
Il troppo mangiare, dice Francesco, nuoce al corpo oltre che all’anima. Ma anche con l’astinenza non bisogna eccedere, per rispetto del corpo e delle sue esigenze. La “Leggenda perugina” racconta di quando Francesco abitava a Rivotorto, presso Assisi, con i suoi primi compagni. Una notte, mentre tutti riposano, uno all’improvviso grida: «Muoio! Muoio!». Gli altri si svegliano atterriti e Francesco chiede: «Che succede? Che hai, fratello?». E lui: «Muoio di fame». Intende: non sopporto i digiuni che stiamo facendo. Senza pensarci due volte, Francesco fa preparare la mensa “e affinché quel fratello non si vergognasse a mangiare da solo, si posero tutti a mangiare insieme a lui”. Terminato l’insolito pasto notturno, Francesco raccomanda che ciascuno tenga conto della propria condizione fisica. Chi vuol fare dei sacrifici rinunciando a mangiare può ben farlo, ma “il Signore preferisce la misericordia al sacrificio”: dunque se qualcuno riesce a sostentarsi con pochissimo cibo “non voglio che chi ha bisogno di un nutrimento più abbondante si sforzi di imitare l’altro: ma deve adeguarsi alla propria complessione, dando al corpo ciò che gli è necessario”. Il tutto con spirito di carità e di condivisione. Per questo, conclude Francesco, vi ho fatti alzare per mangiare tutti insieme.
Puoi leggere questo articolo anche sull’edizione online di Consumatori o ritirare gratuitamente la copia cartacea della rivista in un negozio Coop
