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I meriti dell’uva tra pigmenti e zucchero nutrizionali

Settembre, tempo di uva e di vendemmia. L’uva abbonda nei mercati e come tutta la frutta gode  di una favorevole immagine salutistica, perfino superiore ai suoi reali meriti nutrizionali.
L’insistenza dei nutrizionisti sembra aver convinto gli italiani riguardo ai benefici di una più abbondante aliquota di frutta e verdure stagionali nelle scelte alimentari. Eppure, nei bar, nelle paninoteche o nei regni del fast food la frutta resta un ospite raro, difficile da trovare se non sotto forma di bibite e spremute. Il che non è affatto la stessa cosa, sia per il maggior numero di calorie delle bevande dolcificate, sia perché nella spremuta manca gran parte della fibra originaria, sia per il fatto di bere invece che di mangiare, quindi con una minore sollecitazione del centro della sazietà.
Tra l’altro, è un pregiudizio positivo, largamente diffuso nell’opinione pubblica, che la frutta sia sempre e comunque una miniera di vitamine. Invece, basta consultare le tabelle di composizione degli alimenti per rendersi conto che il contenuto vitaminico delle varie specie di frutta è molto specifico e privilegia, in genere, una o due vitamine mentre sono quasi del tutto assenti altri gruppi vitaminici. Ciò si verifica anche per l’uva, protagonista indiscussa della frutta settembrina ma non per questo dotata di meriti nutrizionali superiori ad altra frutta zuccherina, come fichi o caki, salvo l’apprezzamento gustativo personale.
Tra i suoi pregi l’uva non ha soltanto gli zuccheri semplici ma anche  molto potassio e diversi pigmenti antiossidanti tra cui il resveratrolo. La parte  commestibile dell’uva fornisce circa 61 calorie per ogni 100 grammi, ma si tratta di energia proveniente quasi esclusivamente dagli zuccheri semplici! Intendiamoci, nulla di male per chi non ha problemi latenti o manifesti di diabete o un eccesso di trigliceridi nel sangue, ma è opportuno  richiamare all’autocritica quanti al bar sostituiscono con i dolcificanti sintetici anche i 5 grammi di una di una bustina di zucchero (saccarosio), ignorando magari che in un grappolo d’uva di soli 100 grammi c’è almeno l’analogo di tre bustine.
Persiste, poi, un vecchio mito da sfatare: il potere disintossicante della spremuta d’uva. Quando si poteva parlare di meriti nutrizionali, senza  portare le prove sperimentali delle presunte azioni terapeutiche, ha goduto di una certa popolarità la cura dell’uva. In termini più aristocratici era stato coniato perfino il  termine “ampeloterapia”, dalla denominazione greca della vite: “ampelos”.
La tradizione della “cura d’uva”, nata forse nel Settecento, è stata regolamentata e sponsorizzata da molte stazioni termali fino ai primi decenni del Novecento come un rito depurativo, accreditato di ipotetici vantaggi per le più disparate affezioni. La medicina moderna l’ha relegata, invece, tra le pratiche empiriche più o meno inutili, dato che l’uva, come la maggioranza degli alimenti, non ha virtù terapeutiche ma è soltanto uno dei possibili tasselli del mosaico nutrizionale.

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