Secondo lei

Hai mangiato?

Illustrazione di una persona che mangia con una forchetta, un piatto di cibo in mano e "Hai mangiato?" con un cuore rosso sopra la testa.

“La manifestazione d’affetto più vera, l’unica in effetti, è ‘Hai mangiato?’” (Elsa Morante)
Certo, questa frase di Morante può essere declinata in molti modi, perché dopo la prima, essenziale domanda: “Hai mangiato” è inevitabile chiedere, “Sì, ma cosa?”. E qui la questione si complica, perché dipende da chi pone la domanda a chi. Il cibo è comunque la benzina che tiene acceso il nostro motore e un fuoco al quale ci riscaldiamo, ma può essere anche il falò che ci arde vivi. Richiama anche le cure materne, le coccole infantili; in questo, ognuno ha la sua madeleine personale. Sicuramente, negli ultimi decenni c’è stata una rivoluzione in Occidente per quanto riguarda il rapporto con il cibo e l’attenzione che gli dedichiamo. A questo proposito consiglio lo splendido saggio di Michael Pollan “Il dilemma dell’onnivoro” (Adelphi, 2008) che indaga appunto il rapporto dell’homo sapiens, al vertice della catena alimentare, con il cibo e le risorse. Siamo ossessionati dalla magrezza, dalla salute, dalla filiera delle materie prime, e certo, anche dal gusto. Qualche volta, tutta questa attenzione sul cibo mi pare eccessiva, ma è innegabile che le nostre giornate siano scandite dai pasti che facciamo e da quelli che non facciamo. E ce ne rendiamo conto, in maniera ancora più profonda, quando ci capita di essere più fragili.

Ho letto un articolo molto interessante della scrittrice Viola Di Grado che, ricoverata in ospedale in Inghilterra, dove vive, ha sperimentato l’incredibile varietà del cibo offerto dal sistema sanitario inglese e si è domandata perché mai in Italia ci sia invece questa visione punitiva del ricoverato costretto a pasti insapori e inodori, come dovesse espiare qualcosa e come se, appunto, l’abolizione del piacere del cibo fosse una pratica spirituale per depurarsi e guarire. Ho sempre vissuto in maniera completamente diversa questa esperienza, le volte in cui ho avuto dei ricoveri ospedalieri. A me il cibo degli ospedali commuove, mi piace talmente tanto che ordino, se posso, porzione doppia. Sono i sapori di quando da piccola la mamma mi teneva a dieta: riso in bianco, patate al vapore, pollo lesso, minestrone, olio e parmigiano, pasta al pomodoro. Cibi semplici, basati sulla dieta mediterranea e certamente per nulla gourmet, ma accudenti, rassicuranti. Niente di male verrà da una patata lessa con l’olio sopra, no? E infine, camomilla zuccherata e un epiteto dolce come “mio tesoro”, che può arrivare così, lieve eppure appuntito, ché mai nessuno me l’ha detto prima, mai mai, e mi è successo invece da poco.

La branda del Pronto Soccorso era scomoda, lo stress tanto, ma quando ho finalmente potuto mangiare, ho colto queste note di dolcezza assaporando sulla lingua il gusto semplice di un chicco di riso. E intanto ascoltavo i guai dei corpi attorno al mio, le storie, le disavventure. Dopo una giornata di esami che richiedono il digiuno assoluto o di una terapia, anche solo un bicchiere di plastica con un tè zuccherato e qualche biscotto secco assumono un sapore paradisiaco. Ho così scoperto che i menu ospedalieri vengono composti dai dietisti delle Asl basandosi sui Larn, cioè i Livelli di assunzione di riferimento dei nutrienti ed energia per la popolazione italiana. Un’alimentazione base che può andare bene per quasi tutti, fatti salvi i casi di esigenze specifiche. E in effetti, in ospedale, diventiamo tutte e tutti uguali: siamo fragili “cose”, mai dimenticarlo, che hanno bisogno di essere curate e soprattutto, amate, a partire da quella domanda: “Hai mangiato?”.

Puoi leggere questo articolo anche sull’edizione online di Consumatori o ritirare gratuitamente la copia cartacea della rivista in un negozio Coop.

Tag: cibo, ospedale, digiumo, cura

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