Nella grande trasformazione digitale che attraversa il pianeta nel XXI secolo, anche la guerra sta cambiando radicalmente. In primo luogo, cambiano le armi: sono dotate di sensori, intelligenza artificiale, collegamenti satellitari, sistemi di mobilità autonoma e altre caratteristiche che le rendono terribilmente efficaci. In secondo luogo, i sistemi industriali che producono le armi si stanno diversificando e riescono a utilizzare l’esperienza della produzione di elettronica di consumo per sviluppare armi drasticamente meno costose di quelle tradizionali. In terzo luogo, il peso dei privati diventa sempre più preponderante, come dimostra la capacità del proprietario di Starlink, Elon Musk, di decidere autonomamente se concedere o non concedere la sua rete satellitare a uno Stato in guerra, in relazione alla sua personale visione strategica, come è avvenuto in Ucraina e a Gaza. In quarto luogo, i conflitti si svolgono anche nelle reti digitali che consentono di attaccare infrastrutture connesse e di concepire nuove forme di guerra cognitiva.
Non solo armi fisiche
Quest’ultimo punto, apparentemente più astratto, è il più vicino all’esperienza degli europei. Le armi fisiche non tuonano per fortuna sul suolo della Ue, ma gli esperti militari dicono che stiamo già adesso vivendo in una guerra cognitiva. Il suo obiettivo non è conquistare territorio, ma conquistare le menti: alterare la realtà percepita da individui, gruppi o intere società per ottenere vantaggi strategici. Si fa con la disinformazione e la propaganda, passa molto spesso per la manipolazione dei social media facendo leva sugli algoritmi delle piattaforme che favoriscono i messaggi tesi a radicalizzare le posizioni o screditare gli avversari, anche con soluzioni tecniche come i deepfake, video o immagini totalmente artificiali ma che sembrano reali. L’intelligenza artificiale rende questo genere di attacchi più personalizzati e scalabili, oltre che difficili da rilevare. Le manovre di paesi stranieri che intendono indebolire la tenuta sociale e l’efficienza della democrazia europea sono in atto da tempo. La NATO ha formalmente riconosciuto la guerra cognitiva come una minaccia emergente: paesi come la Russia e la Cina – secondo gli osservatori – la impiegano attivamente. Ma viene utilizzata anche da attori non statali, come gruppi terroristici o addirittura lobbisti.
Guerra cognitiva, occorre un salto di consapevolezza
Una caratteristica della guerra cognitiva è che costa meno attaccare che difendersi. La difesa in effetti implica una forte partecipazione del sistema educativo e informativo per favorire il senso critico della popolazione, oltre che un rapporto sano con i social media. Inoltre, implica un’azione istituzionale per regolamentare le piattaforme che fanno troppo poco per impedire l’utilizzo dei loro algoritmi da parte degli attaccanti. Infine, richiede una contro-propaganda che può avere efficacia ma rischia anche di diventare un sistema per proporre una verità di Stato, contraria alla libertà di espressione necessaria nelle democrazie. La guerra cognitiva è meno dibattuta del necessario. Del resto, i conflitti dimenticati non mancano. Ci sono 32 guerre in corso e almeno una cinquantina di conflitti nel mondo. Solo una frazione di queste aree di violenza riceve l’attenzione che merita in Occidente. Le guerre più seguite dai media occidentali – Ucraina, Gaza e Libano, Iran, Yemen, Sudan – sono quelle che hanno conseguenze economiche e civili più sentite per le popolazioni europee e americane. Tipicamente sono queste le guerre nelle quali si usano le tecnologie più avanzate. Un salto di consapevolezza è necessario.
Tutti gli scontri del mondo
Un libro e un sito per comprendere le guerre: “Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo”, edizione 2026, direttore Raffaele Crocco, presidente dell’associazione 46° Parallelo.
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