Dante Alighieri è il simbolo della lingua italiana nel mondo, uno dei suoi padri fondatori, ed è certamente il rappresentante più illustre della nostra poesia e della nostra letteratura. Esiste un italiano sulla faccia della terra che non conosca almeno una terzina o un verso della “Divina Commedia” e che, pure, non saprebbe riconoscerne l’icona del profilo del suo autore, con il lungo naso adunco, l’espressione un po’ arcigna e la testa cinta d’alloro? Se e quando questo accadrà vorrà dire che una seria mutazione antropologica si sarà compiuta.

Per ora Dante resiste, ci accompagna “nel mezzo del cammin di nostra vita”, nella sua e nostra “selva oscura” e svetta nell’anno a lui dedicato con moltissime iniziative culturali a 700 anni dalla sua morte, avvenuta il 14 settembre del 1321. I più anziani lo hanno stropicciato tra le dita sulle banconote da diecimila lire del 1948-1962, se lo sono rigirato in tasca nelle monete da 500 lire del 1965 e su quelle da 2 euro dal 2015 a oggi. Dante è stato testimonial inconsapevole di decine di campagne pubblicitarie una delle più famose, nel 1912, quella per la macchina da scrivere Olivetti modello M1 disegnata da T. Wolf Ferrari.

Viene da domandarsi cosa ne penserebbe, lui, Dante, della gloria postuma ottenuta grazie alla sua opera maggiore quel lungo viaggio spaventoso, fantastico e horror nell’Aldilà, un percorso di elevazione spirituale, il viaggio dalle tenebre alla luce che ogni essere umano dovrebbe compiere per poter giungere all’illuminazione spirituale declinata in ogni salsa: illustrazioni, pittura, film (aspettiamo con interesse l’uscita del film del regista bolognese Pupi Avati ispirato alla vita di Dante e basato sulla biografia scritta dal Boccaccio), serie Tv, videogiochi, fumetti, composizioni musicali. Un universo di omaggi, rimandi e citazioni che viene celebrato anche al Mar, il Museo d’Arte della Città di Ravenna – città d’adozione e di morte di Alighieri – nella mostra Viva Dante 1321- 2021 Un’epopea pop. Probabilmente ne sarebbe divertito se, tra l’altro, il ritratto astrologico del segno zodiacale sotto il quale si pregiava d’esser nato, al punto da volerlo sottolineare nel XXII canto del Paradiso, ovvero i Gemelli, corrisponde a verità. Segno della tecnica, della comunicazione, della fantasia, della duplicità, della curiosità insaziabile e dell’eterna fanciullezza.

Qualche mese fa ho cominciato a leggere a mio figlio, otto anni, Gemelli pure lui, il primo canto dell’Inferno di Dante. Gli occhi erano sgranati e le domande fioccavano: il senso potente delle immagini evocate, il suono stesso delle parole e la paura che gli suscitavano (quella “paura” che è ripetuta per ben cinque volte nel primo canto) non possono lasciare indifferente neppure un bambino. Dunque non dimentichiamoci, nella foresta di omaggi in tutte le direzioni, che “La Divina Commedia” resta soprattutto una cattedrale della lingua italiana, un’enormità poetica e lessicale fatta di 14.233 endecasillabi organizzati in 4.711 terzine in rima. Un cosa da capogiro, di una bellezza e di una potenza linguistica impressionanti. L’Accademia della Crusca per tutto il 2021 ha lanciato una bellissima iniziativa sul suo sito internet e i suoi canali social: “Una parola di Dante al giorno“. Un modo per ricordarci l’infinita ricchezza e creatività della nostra lingua madre, tra l’altro, una cosa viva che dal passato arriva al presente e ci traghetta nel futuro: più parole conosciamo e usiamo, meglio siamo equipaggiati. Grazie, Dante.   

Tag: divina commedia, dante

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