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Fiumi di rabbia. Il territorio dimenticato

Hanno attribuito responsabilità a qualsiasi cosa: agli ambientalisti che avrebbero impedito di ripulire gli alvei, agli argini insufficienti, all’evento eccezionale, all’allarme scattato tardi, alle previsioni ambigue, agli dei avversi e perfino alle dighe. Si sono rimpallati responsabilità e colpe che hanno rimandato ai loro predecessori e al destino cinico e baro. Sono gli amministratori locali (specie quelli di Liguria e Toscana, viste le recenti alluvioni, ma anche quelli a Roma), che farebbero ridere, se non facessero piangere: nonostante le vittime, i paesi isolati, i metri di fango nelle case, le automobili scagliate come proiettili, eppure se la sono presa con gli alberi negli alvei, con la ghiaia e con la vegetazione riparea. Certo, i rifiuti vanno rimossi dai fiumi, ma non la ghiaia, se non eccezionalmente, non gli alberi vivi, a meno di voler ridurre il fiume a un canale senza vita che può addirittura diventare più pericoloso (come dimostrano i casi di Las Vegas e Los Angeles).
Spesso sono gli stessi amministratori che nel corso degli anni hanno dato il permesso di costruire dentro gli alvei, quelli che cementificano e asfaltano tutto per poi lamentarsi che il fiume non trattiene più le acque. E come potrebbe? Se rendi tutto impermeabile la pioggia non si infiltra più nel sottosuolo e rimane in superficie a devastare.
A chi giustamente li criticava hanno retoricamente ricordato i vecchi del paese, secondo i quali la colpa dell’alluvione è della diga a monte (ma non appartiene a qualcuno? Non si può controllare se è stata aperta? Lo sanno che, in genere, le dighe laminano le piene?) o della troppa vegetazione in alveo. A seguire questo concetto sarebbe inutile usare mezzi diagnostici come la tac, basterebbe il vecchio medico di famiglia e l’auscultazione del torace.
Ci hanno infine rammentato che loro non ricordano un’alluvione del genere: piene così magari ricorrono ogni cento o centocinquanta anni. Ma i paesi erano lì da mille anni e le alluvioni facevano meno danni, perché i paesi erano più piccoli e c’era meno esposizione al rischio naturale. Prima ancora che cambiasse il regime delle piogge. Il letto del fiume Vara era largo più di 800 metri nel 1857, ma già nel 1954 era stato ridotto a 370. E lo credo che non ha retto alla piena, visto che quest’anno era largo solo 140 metri. Chi lo ha ristretto quell’alveo? Chi ci ha costruito dentro? E continuano a non capire che le piogge in quella zona d’Italia sono cambiate da almeno vent’anni: le bombe d’acqua oggi sono una realtà diffusa. E se hai costruito nell’impluvio di un corso d’acqua non importa se lo hai fatto mille o dieci anni fa, il fiume farà il suo corso. In una regione (la Liguria) che, nel piano casa 2011, prevede di ridurre da 10 a 3 metri la distanza minima dai torrenti per costruire. Dice che lo si fa per permettere di costruire i depuratori: ma non si poteva fare un’eccezione solo per quelli? Così la catastrofe non la eviti di certo.

Mario Tozzi

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