Cibo è cultura

Esiste una cucina nazionale italiana o è “federale”?

Un piatto di spaghetti con vongole ed erbe, a dimostrazione di come esista una cucina nazionale in ogni piatto.

Un romanzo di Federico De Roberto, “L’Imperio”, pubblicato postumo nel 1929, ha come protagonisti un gruppo di deputati italiani all’indomani dell’Unità. Divertente la scena in cui i ministri Sonnino e Grimaldi, in compagnia dell’ambizioso Consalvo Uzeda, vanno a cena al caffè Cornelio, dove tanti stanno già finendo di mangiare, qualcuno prende il gelato, qualcuno un bicchierino. A loro si aggiunge il commendatore Gorla, amico di Grimaldi. Pochi minuti e il discorso vira “sulla roba da mangiare”. Gorla “raccomandava agli onorevoli un minestrone alla genovese, Grimaldi faceva l’elogio di quello di Milano”. Intanto, una quinta seggiola accoglie un giovane “giornalista in voga”, Tommaso Ferella. All’arrivo del nuovo venuto, “siccome era napoletano”, Consalvo “lodò i vermicelli con le vongole e dichiarò di preferire lo strutto al burro”. E lancia una specie di proclama: “Ora che l’Italia è fatta, bisognerebbe unificare le cucine italiane!”. “Ardua impresa”, gli rispondono. “Si potranno federare; se pure!”.

Forse una cucina nazionale non esiste…

Bella immagine, se esiste una cucina nazionale, si costituisce “federando” le tradizioni locali. Facendole dialogare, mantenendo di ciascuna i caratteri propri ma condividendo le esperienze in un contesto unitario. Ma torniamo al racconto. Grimaldi, “messo di buon umore dal cibo e dal vino, propose di comporre una mensa nazionale, un pranzo italiano per eccellenza. Si cominciava naturalmente dai maccheroni, e su questo punto erano tutti d’accordo; poi Sonnino stava per le triglie alla livornese, mentre Grimaldi preferiva le sogliole fritte con calamaretti…”. Gli italiani sono fatti così: tutti legati ai gusti di casa, tutti pronti a dichiararne il primato. Però tutti d’accordo che metterli insieme è il modo più intelligente per valorizzarli.

… neppure nella lingua italiana

Mentre gli onorevoli discutono, “masticando a due palmenti, bevendo, forbendosi la bocca con il tovagliolo”, sempre più persone si affollano attorno alla tavola, desiderose di stringere la mano ai deputati e incuriosite dall’appassionata discussione gastronomica. “Stracotto con risotto… zampone di Modena con purè di spinaci…”. Ormai si citano piatti a ruota libera, ma, grazie alla menzione del purè, l’attenzione si sposta sulla lingua. “Ma che purè!”, sbotta Sonnino: “Italiano! Bisogna parlare italiano!”. “Ma allora – ribatte Grimaldi – come lo chiameresti?”. Sonnino provoca, e suggerisce “passato di spinaci”. “No”, replica l’altro giocando sulle parole, “allora io sto per l’avvenire dei fagioli…”. Una gran risata scuote il locale, mentre Sonnino e Grimaldi accendono la discussione: il primo è “purista intransigente e non lascia parlare il collega, riprendendolo quasi a ogni frase”, il secondo rivendica “la necessità di accettare i neologismi e i barbarismi d’uso comune”. Alla fine Grimaldi offre marsala a tutti e leccandosi i baffi fa l’elogio dei vini italiani, “assicurando che fra cinquant’anni l’Italia sarebbe stata la prima nazione vinicola del mondo”. Splendida rappresentazione letteraria, questa di De Roberto, per mettere in scena la passione con cui agli italiani piace parlare di cucina.

 

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Tag: cucina italiana, tradizioni locali

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1 Commento. Nuovo commento

  • Ivano Predieri
    5 Maggio, 2025 9:24 am

    L’Italia è ancora “un’espressione geografica”, gli italiani non esistono (la riprova è la mancanza di senso civico) perché cercare un’omologazione nel cibo che è famoso proprio per le sue peculiarità legate ai territori? Non parlerei neppure di “federalismo” ci hanno provato con la lingua ed il risultato è che solo in pochi conoscono l’italiano…

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