Ogni giorno escono nuovi rapporti autorevoli sull’emergenza climatica e ambientale, fondamentalmente ignorati dalla società e dalla politica. Per chi è addetto ai lavori, sempre più si percepisce lo scollamento tra il livello di allarme crescente da parte della comunità scientifica e la relativa indifferenza, per non dire avversione ad ogni cambiamento sostanziale nel nostro approccio collettivo all’uso dell’energia e delle risorse naturali. La frustrazione diviene palese quando si mettono a confronto i fatti politici internazionali con quelli climatici: al sostanziale fallimento della Cop25 di Madrid, ovvero la venticinquesima conferenza delle Nazioni Unite contro i cambiamenti climatici, corrisponde un 2019 che è stato il secondo anno più caldo della storia a livello globale, dopo il 2016, e un dicembre che è stato il più caldo di sempre, sia nel mondo sia in Europa, così come l’intero ultimo decennio.

Le drammatiche immagini dell’Australia alle prese con incendi boschivi fuori controllo e senza precedenti sono l’effetto di una anomalia climatica anch’essa inedita, con temperature vicine a 50 gradi e una siccità eccezionale. Tutto previsto con largo anticipo: il rapporto “Be prepared: Climate change and the Australian bushfire threat” (Siate pronti: il cambiamento climatico e la minaccia degli incendi boschivi in Australia), firmato da due autorevoli ricercatori come Lesley Hughes e Will Steffen, è datato 2013. Diceva che in futuro l’Australia avrebbe sperimentato quasi certamente un maggior numero di giornate con rischio estremo di incendio, e che è sarebbe stato cruciale oltre a potenziare il sistema di difesa dal fuoco, anche ridurre le emissioni che alterano il clima. Proprio quelle di cui il premier australiano Scott Morrison ancora oggi non vuole occuparsi, ritenendo la crisi climatica un problema marginale e appoggiando l’industria mineraria del carbone.

A questa cocciuta inerzia di alcuni grandi potenze economiche e militari fa eco la maggior consapevolezza dell’Unione Europea guidata da Ursula von der Leyen che ha recentemente proposto il Green Deal, un pacchetto di misure per aumentare la sostenibilità ambientale e ridurre il rischio climatico. Tutto condivisibile, dall’economia circolare al risparmio energetico, dalla lotta ai rifiuti a un’agricoltura con meno pesticidi, ma per ora limitato a una serie di proposte che andranno condivise e approvate, in un clima politico che è sempre molto succube degli interessi economici, come dimostra il caso della Polonia, Paese ancora basato sulla produzione energetica da carbone che non sembra favorevole alle proposte di Bruxelles. A ciò si aggiunge un certo disinteresse per i temi ambientali da parte dei cittadini: è vero che il 2019 è stato l’anno di Greta Thunberg e del movimento dei giovani per il clima, ma tutto ciò non ha ancora spostato le scelte quotidiane delle persone: continuiamo a usare troppo l’aereo per viaggiare anche per motivi banali, a non fare correttamente la raccolta differenziata, a consumare ancora troppi prodotti usa e getta, a non occuparci del risparmio energetico nelle nostre case, a cambiare telefonino solo perché è passato di moda. Per un 2020 veramente sostenibile occorre fare molto di più.

Tag: riscaldamento globale

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