Futuro presente

Ecco perchè la cultura del donare gli organi è importante

immagine di mano di operatore sanitario con cuore emblema del donare gli organi

In un ospedale di Verona si fa un trapianto di cuore. Lo riceve una bambina molto piccola, la chiamiamo Sara. È il primo trapianto sotto i 12 mesi e i 10 chili di peso eseguito qui e fra i pochi in Italia, e questa è una notizia. Ma è anche una storia piacevolmente ordinaria, che non fa notizia. Perché la Cardiochirurgia dell’Ospedale di Borgo Trento fa trapianti dal 1994 e nel 2025 sono stati 35. Significa un cuore nuovo ogni 10 giorni, sistematicamente. Con i bambini hanno iniziato nel 2022 e fino ad ora ne hanno trapiantati 8 e ce ne sono 4 che aspettano in lista d’attesa. Per questo è importante donare gli organi.

Il primario si chiama Giovanni Battista Luciani. Si è laureato a Padova nel 1989, è autorizzato a fare trapianti cardiaci dal 1994, polmonari dal 2000. Ha imparato, anche, lavorando a Los Angeles, nel The Children’s Hospital della University of Southern California. Dice che l’intervento sulla piccola Sara è stato un po’ partico lare perché sono entrati in sala operatoria pochi giorni dopo la morte del piccolo Domenico Caliendo, il bambino napoletano trapiantato con un cuore “bruciato” dal ghiaccio troppo freddo e, probabilmente, da altri errori. Una storia che ha scosso profondamente tutti. Per la speranza dell’arrivo di un nuovo cuore, mentre il piccolo era tenuto in vita da una macchina che nell’attesa lo logorava, per quella morte annunciata e tristissima, per lo strazio della madre.
«Abbiamo sentito tutti addosso l’enorme pressione mediatica sollevata dalla triste vicenda. Un’attenzione che non aiuta né i sanitari al lavoro nei trapianti e di conseguenza nemmeno i pazienti», ha detto il professor Luciani al Corriere della Sera. La preoccupazione è per il meccanismo delle donazioni. Perché la cultura del dono di organi è fragile, esposta alle ondate emotive e bisogna stare attenti a non perderla: «Basta un battito d’ali».

Allora possono essere utili due considerazioni. La prima è fatta di numeri: l’Italia ha un sistema di trapianti che funziona bene, un’eccellenza in Europa. Che è fatta dall’incrocio di tantissime professionalità. La piccola Sara, torniamo da lei, è stata ricoverata quando aveva solo 20 giorni per una cardiomiopatia dovuta alla mutazione genetica di una proteina. Al sesto mese di vita ha avuto una complicazione ed è stata trasferita in terapia intensiva. Le è stato impiantato un dispositivo di assistenza ventricolare artificiale. Per lei, in questi mesi, hanno lavorato le due Unità operative direttamente coinvolte e poi pediatri, rianimatori, psicologi clinici, neurologi. Tanti, insieme, nel Servizio Sanitario Nazionale.

E allora tutti noi abbiamo un compito sulla questione trapianti. Lo dice bene il professor Luciani: «È un tema molto sensibile, tutti nel trattarlo dobbiamo essere consapevoli delle responsabilità che ci assumiamo: noi medici e sanitari in generale, la stampa, gli inquirenti che indagano proprio per mettere in sicurezza i pazienti, i vari livelli decisionali del sistema».
La seconda considerazione ha a che fare con il mettersi nei panni degli altri, che è sempre un parametro interessante per capire il mondo. I trapianti salvano migliaia di vite e domani potremmo essere noi. O nostro figlio, o una nipote. Tra un po’ Sara torna a casa.

 

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Tag: Servizio Sanitario Nazionale, donazione di organi, trapianti

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