Un recente articolo pubblicato su Cell Metabolism, rivista che gode di buona credibilità nel mondo scientifico, è intitolato “L’aspartame peggiora l’aterosclerosi attraverso l’infiammazione indotta dall’insulina”: un argomento che suscita qualche preoccupazione alla luce della diffusione di questo dolcificante artificiale. Non è la prima volta che un consumo importante di dolcificanti intensivi – tra i quali, oltre all’aspartame, ci sono anche acesulfame, sucralosio ed eritritolo – è risultato correlato a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari: un altro studio importante pubblicato sul British Medical Journal nel 2022 ha analizzato dati di più di 100 mila persone e ha trovato una correlazione sia con eventi cardio che cerebrovascolari, ovvero a carico del cervello.
Se ci limitassimo a questi esempi ne avremmo abbastanza per stare alla larga dai dolcificanti intensivi che, va ricordato, non includono il maltitolo, dolcificante non intensivo e molto diffuso nel nostro Paese, soprattutto nei prodotti da forno “senza zuccheri”. Tuttavia, bisogna considerare due importanti limiti dello studio pubblicato su Cell Metabolism che caratterizzano diversi articoli simili: non sono svolti sull’uomo ma su un modello animale, e nel caso specifico sono stati usati i topi ApoE−/−, che sono geneticamente inclini allo sviluppo di malattie cardiache. Inoltre questi animali nei test vengono esposti a un’assunzione di aspartame inverosimilmente elevata rispetto al consumo usuale nell’uomo.
Dolcificanti e causalità inversa
Gli studi su modello animale devono essere sempre valutati con attenzione, anche per questo i titoli allarmistici comparsi sui giornali in seguito all’articolo di Cell Metabolism risultano fuori luogo, perché, al contrario, la revisione sistematica degli studi svolti sull’uomo, pubblicata su JAMA Network nel 2022, mostra addirittura un lieve miglioramento di alcuni fattori di rischio cardiometabolico. Mentre lavori come quello citato, pubblicato sul British Medical Journal, ovvero studi di popolazione prospettici, sono passibili di un altro possibile errore interpretativo chiamato “causalità inversa”: nel caso in esame, potrebbe essere che le persone con problemi di obesità e sovrappeso, fattori di rischio cardiovascolare noti, scelgano con più probabilità rispetto alle persone normopeso di consumare alimenti o bevande senza zucchero o edulcorate. Dunque la causa di un aumento del rischio può non essere da attribuire ai dolcificanti, ma al fattore di rischio preesistente.
Meglio non abusare dei dolcificanti
Esiste dunque un dibattito scientifico serio, che analizza i possibili rischi dei dolcificanti intensivi in base ai quali, poi, vengono suggeriti da enti governativi (in Europa l’European Food Safety Agency) i limiti massimi sicuri di consumo.
Sapere che è possibile bere ingenti quantità di una bevanda gasata edulcorata senza sostanzialmente assumere calorie, può portare alcune persone ad abusare del prodotto alla ricerca della gratificazione data dal gusto dolce, particolarmente apprezzato dall’uomo, tanto da poter provocare comportamenti analoghi a quelli riscontrati nelle dipendenze. Per questo a oggi rimane valido quanto scritto nelle linee guida italiane-Crea: un abuso è da evitare, mentre un consumo attento non è da demonizzare, anche se non è necessario. Mentre è sempre possibile, più semplicemente, limitare gradatamente gli alimenti dolci che si consumano.
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