E poi arriva il momento in cui i ruoli si invertono: non sono più i genitori a sostenere e aiutare i figli, ma i figli che, diventando genitori dei propri genitori, provano a restituire un po’ di ciò che hanno ricevuto. Provano, dicevo. Perché ci si prova, lo sto facendo anch’io, dopo che la mia mamma è caduta e si è rotta la prima vertebra cervicale, e non può muoversi.

Le è pure andata bene, poteva andare peggio, ma non è più autonoma, ha bisogno di sua figlia e sua figlia ci prova a prendersi cura di lei, che poi come si fa a occuparsi dei propri genitori quando si vive lontani? Ma il problema non è solo quello della lontananza, anzi, la questione è più profonda, più complessa. Anche chi vive nella stessa città fa fatica: c’è il lavoro e c’è la pesantezza di una quotidianità sempre più ingarbugliata; c’è l’impotenza e c’è il dolore. Il dolore, ecco, sì, soprattutto quello.

Come si fa ad accettare davvero che non si ha più una spalla su cui appoggiarsi, che ormai sono i nostri genitori che hanno bisogno di noi? Il cuore del problema è il venir meno del proprio mondo, quello all’interno del quale ci si muove, ci si agita, ci si affatica, ci si diverte, ci si annoia, ci si distrae, ci si illude, ci si dispera e via di seguito – è normale che accada, la vita va così, succede a chiunque. Ma, dicevo, c’è il proprio mondo che si sfascia, e la necessità di riorganizzare tutto. I genitori invecchiano, si ammalano, perdono la testa o l’autonomia, regrediscono, hanno bisogno di qualunque cosa, un po’ come noi quand’eravamo piccoli. Ma quando si è piccoli, si cresce. Cosa succede, invece, quando si è di fronte a una persona anziana, e le cose possono solo peggiorare? All’improvviso, si è risucchiati in un buco nero che occupa tutto, e le voci e i pensieri si appannano, e qualunque cosa, all’improvviso, si trasforma in un rumore di fondo insopportabile. C’è il proprio mondo fatto di genitori e figli e amici e colleghi ed estranei, ci si incrocia, ci si lega, ci si affezione, si litiga, ci si allontana, ci si perde di vista, ci sta, accade, sono cose che succedono, come la morte di un padre o di una madre, è nell’ordine delle cose, è così che va la vita: si cresce, si invecchia, si muore.

Ma. Quando è tua mamma che cade e si rompe una vertebra e viene portata d’urgenza in ospedale e perde l’autonomia e tu sei lontana (dov’è? Cos’ha? E ora che faccio?), tutto va a farsi benedire: l’ordine e il disordine e la vita che accade e le teorie sulla finitezza della condizione umana, e il discernimento, e la distanza giusta, e i buoni propositi. E solo allora si capisce che cosa intendesse davvero Albert Camus quando dichiarò: se dovessi scegliere tra la Giustizia e mia madre, sceglierei mia madre. È una frase che ho citato tante volte e che insegno ai miei studenti perché spiega la differenza che esiste tra i principi astratti e la realtà; è una frase bellissima che contiene il senso stesso dell’etica e della morale.

Ma. In fondo, devi aspettare che accada qualcosa a tua mamma per capirla veramente e sentirla nella carne. E solo poi, molto poi, ricostruire daccapo il tuo mondo.

Tag: etica, figli, genitori, ruoli

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