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Disastri o scelte da rivedere?

Nessuno può sapere se i tempi che ci apprestiamo a vivere saranno forieri di disastri, certo è che le premesse sembrano tutte andare in questa direzione. Il 2011 si è chiuso nel segno delle alluvioni fuori scala, con l’Italia tirrenica che ancora si deve riprendere da quanto è avvenuto. D’altro canto, il 2012 si apre con una meganave da oltre 100.000 tonnelate di stazza che si arena contro gli scogli di una delle più belle isole d’Italia con il rischio ancora concreto di ucciderne definitivamente gli ecosistemi e l’economia. E, se non bastasse, terremoti dove non te lo aspetti e neve e freddo come fossimo in Siberia.
Sta succedendo qualcosa? La risposta è sì, sta effettivamente succedendo qualcosa, ma non un incremento dei terremoti, semplicemente sta accadendo che anche gli italiani, come tutti i popoli della Terra, sono sempre più numerosi (ma quale crescita zero?) e hanno esigenze sempre maggiori, tali da rendere difficile la convivenza su un territorio che rimane inevitabilmente sempre lo stesso. Il problema dell’umanità del terzo millennio sta semplicemente proprio in questo: troppi uomini per un pianeta solo, per giunta sempre più caldo e le cui risorse si stanno riducendo al lumicino.
Ma il problema degli italiani del duemila è, in un certo senso, ancora più grave: non solo qui da noi si registrano densità di popolazione come nemmeno a Hong Kong, non solo abbiamo costruito dappertutto. A tutto questo dobbiamo aggiungere una caratteristica nostrana, la complessiva disorganizzazione.
Tale da farci pensare di essere forse il meno organizzato fra i paesi industrializzati. A Genova non si prende sul serio l’allerta dell’aereonautica militare e si lasciano aperte le scuole, come a Roma si fa confusione fra millimetri di pioggia e centimetri di neve e la città non è completamente praticabile nemmeno dopo una settimana dalla Grande Nevicata. Nessuno dei più grandi comuni italiani ha a disposizione un disaster manager, né risultano unità di crisi multitasking negli organici delle amministrazioni locali.
Nessuno si preoccupa del territorio ponendovi mano in tempi ordinari, figuriamoci poi nell’emergenza. L’unica cosa che conta è costruire ancora un po’, lucrare qualche altro misero guadagno sulla pelle di territori già martoriati, e magari non impedire l’abusivismo, il tutto con la speranza che si movimenti l’economia o almeno si riempiano le casse comunali. Ma quale paese moderno affida le proprie speranze di ripresa economica al comparto edile? Neanche fossimo al tempo dei Romani o dopo una guerra. Qualche piccola eccezione c’è: la provincia di Torino, insieme a pochi altri coraggiosi, pianifica un territorio in cui non si costruisce nemmeno un metro quadrato in più (se non a ridosso di quanto già c’è e in misura molto limitata). Terreni agricoli residui e verde saranno lasciati in pace e l’economia non ci rimetterà. Ci rimetteranno i soliti noti, i divoratori del futuro nazionale. Ma per questi sarebbe anche ora.

Mario Tozzi

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