In questi anni molta ricerca è stata fatta sul digiuno, che può essere svolto in diversi modi: prolungato quando è maggiore di due giorni, mimato o “mima-digiuno” (di cui abbiamo parlato qualche anno fa, su Consumatori di settembre 2017), oppure intermittente. Qualsiasi forma di restrizione calorica è in grado di diminuire la produzione dei cosiddetti “radicali liberi”, che in parte sono responsabili dei processi di invecchiamento; tuttavia, le varie tecniche di digiuno hanno mostrato sperimentalmente altri e peculiari elementi di utilità di questa pratica. Esistono infatti processi metabolici che si sono conservati durante la nostra storia evolutiva e che hanno aiutato l’Homo Sapiens a sopravvivere durante periodi di carestia.

Oggi le abitudini alimentari della maggior parte delle persone prevedono il consumo di tre pasti al giorno, e questo non rende possibile il verificarsi delle reazioni metaboliche tipiche del digiuno: nelle condizioni attuali di abbondanza di cibo, il nostro corpo ha sempre a disposizione la sua principale fonte di energia, ovvero il glucosio. Durante il digiuno, al contrario, la principale fonte di energia si ottiene metabolizzando il nostro stesso tessuto adiposo, e in queste circostanze vengono prodotte sostanze chiamate corpi chetonici, responsabili di una parte degli effetti positivi del digiuno.

In particolare, sono state studiate tre differenti modalità di digiuno intermittente: il “digiuno a giorni alterni”, in cui si alternano giorni di restrizione ferrea (pari al 25% circa del fabbisogno energetico) a giorni in cui si mangia liberamente; il “digiuno intermittente 5:2”, che prevede due giorni non consecutivi la settimana di restrizione ferrea; il digiuno 16/8, che prevede di digiunare 16 ore nel coso della giornata e concentrare l’assunzione di cibo nelle rimanenti 8. Il digiuno “16/8” è noto anche come “dinner cancelling”, perché quando si elimina la cena si possono ottenere le 16 ore di digiuno richieste.

Nella revisione pubblicata da Mark Mattson sul “The New England Journal of Medicine” viene evidenziata l’utilità del digiuno intermittente in diversi tipi di malattie cronico degenerative, quali malattie cardiovascolari, tumorali, neurologiche, diabete e obesità. L’entusiasmo è comprensibile, ma è bene ricordare come si sia ancora nella fase sperimentale di ricerca, in cui si studia quale possa essere la forma potenzialmente più utile per la specifica persona, nonché come tradurre al meglio nella pratica la prescrizione di tali indicazioni.

Nessuna linea guida governativa a oggi fa chiarezza su come utilizzare il digiuno intermittente, mentre l’eco mediatica su questa pratica ha moltiplicato le proposte, a volte di natura puramente commerciale. Digiunare è in fondo molto semplice, tuttavia per capitalizzarne i potenziali vantaggi è bene che il digiuno sia parte di un percorso coerente di modifica dello stile di vita, altrimenti non sarà che uno sforzo vano, se non addirittura pericoloso quando autogestito.

Tag: dinner cancelling, digiuno intermittente

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