Le strategie di azione contro i cambiamenti climatici sono due: la mitigazione e l’adattamento. Mitigazione vuol dire ridurre la causa del riscaldamento globale, ovvero le emissioni di gas serra che derivano dai combustibili fossili e dalla deforestazione.
Funziona soltanto se lo fanno tutti i paesi del mondo, soprattutto quelli che emettono di più, come Cina, India, Stati Uniti. Se la riduzione la fa solo qualcuno, serve a poco. L’adattamento è invece la realizzazione di processi e infrastrutture per ridurre il rischio di perdita di vite umane o di danni alle persone e alle cose e, benché rappresenti una sconfitta perché dà per scontato che il clima peggiorerà, ha almeno il vantaggio di produrre qualche risultato concreto nei luoghi dove lo si applica. L’adattamento, a dispetto della sua apparente benevolenza lessicale, implica sempre costi, rinunce e talora sofferenze.
Gli abitanti del dipartimento del Pas de Calais, nella Francia settentrionale, sono esasperati dalle alluvioni: ne hanno avute tre in tre mesi, da novembre 2023 a gennaio 2024, e ora non vogliono più rientrare nelle loro case: “troppo stress, troppa angoscia, troppi dubbi”. Dopo che il ­ fiume Basse Meldyck ad Arques o il ­fiume Aa a Blendecques hanno riempito le loro cucine con 1,2 metri d’acqua putrida che – a causa della prossimità del livello del mare – ha ristagnato per settimane, ritengono le loro case insicure e inadatte a ospitarli, specie in un futuro che vedrà l’aumento dei livelli marini e una maggior frequenza di piogge abbondanti. Lo Stato francese ha attivato un dispositivo di acquisto a 240.000 euro delle case che hanno avuto danni per oltre la metà del valore dell’immobile, per poi abbatterle. Nove proprietari su dieci vogliono trasferirsi in luoghi più sicuri. È una forma di adattamento, ma non è una bella situazione!
Abbiamo visto anche noi scene simili a maggio 2023 a Conselice nel Ravennate e in tanti altri comuni della Romag­na colpiti dalle alluvioni, ma non si è per ora parlato di rilocalizzazione di quartieri e abbattimento degli edi­fici più esposti. Questo perché l’evento è stato percepito come raro ed eccezionale, ma se si dovesse ripresentare a breve termine come accaduto in Francia, si supererebbe quella soglia psicologica di stress che farebbe cambiare idea a molti abitanti sul loro futuro. Per questo anche l’Italia, che è molto esposta agli eventi meteorologici estremi, ha ­ finalmente approvato, con un ritardo di quasi 10 anni, il Pnacc, Piano nazionale di adattamento ai cambiamenti climatici. Si tratta di 361 misure che vanno dall’agricoltura al turismo, dalla salute all’energia, per ridurre l’impatto dei cambiamenti climatici. Il problema è che per la maggior parte – ben 250 – si tratta di misure dette “soft”, ovvero che agiscono sulla consapevolezza, sull’informazione, sulla partecipazione. Poco concrete, fumose. Per quelle più sostanziali, come canali irrigui, acquedotti, protezione delle fasce costiere, vasche di laminazione contro le alluvioni, ci sono molti annunci ma nessun capitolo di spesa! Il rischio è che si tratti dell’ennesimo rapporto destinato a rimanere nei cassetti.

Tag: Pnacc, adattamento, riscaldamento globale

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1 Commento. Nuovo commento

  • Francesco Bortoletto
    5 Maggio, 2024 6:35 pm

    Ho letto – un pò x caso – l’articolo sul climate change apparso su “Consumatori Coop” in relazione a “mitigazione/adattamento” e l’ho trovato di una brutale semplicità e chiarezza da far venir in mente i “Bignami” di Travaglio!? – sperando che ciò che per me rappresenta un complimento non sia per lei un’offesa – può essermi utile come ennesimo stimolo x riproporre con un approccio diverso la tematica ambientale ai ragazzi delle medie inferiori cui è rivolto il ns/ vela scuola FIV. Tra le mie passate esperienze lavorative c’è un periodo quasi quarantennale di istruttore della Federazione Italiana Vela e consideri che già negli anni ‘ 90 ho introdotto un corso di “Vela-Ambiente” nelle scuole medie di Varazze ed Albissola – adattato anche alle classi elementari di 4a e 5a – quando la Scuola era un universo chiuso ed impermeabile e solo dopo lunghe frequentazioni con Provveditorato e Coni riuscii ad espugnare, anche grazie alle amicizie personali con insegnanti di materie varie attinenti e proff. di ginnastica.
    Lo stesso dicasi x il “gioco vela”, dalla fine degli anni ’90, soprattutto nell’ambito di “Sail camp” settimanali full-immersion rivolti ai bambini con diabete mellito (Varazze, Genova, Alghero etc.) in collaborazione con ospedale di Sassari, Gaslini di Genova, Usl Torino, Pavia etc.. Esperienze che ho interfacciato con la mia ordinaria attività di tecnico allenatore di squadre agonistiche giovanili di circolo (classi optimist, laser, 420 etc,). Perchè le dico questo? Vorrei che fosse di qualche significato l’esperienza che ho avuto con allievi in età evolutiviva (fasce d’eta 7/15 anni) x condividere la seguente constatazione: premesso che la mia attività è stata sempre costellata da “partecipazioni” di altre discipline sportive non impattanti, esponenti di associazioni tematiche del territorio, di biologi e biologhe esperti dell’ambiente marino, devo ammettere che non ho visto grandi risultati nelle seppur vaste platee di ascolto e nonostante il nostro entusiastico impegno. Come faccio a dirlo? Molti dei miei allievi sono diventati atleti di livello, istruttori, persone sparse un pò ovunque nel territorio … e fra di loro non ho mai visto epigoni (o precursori) di Greta Thunberg o quantomeno politici/amministratori ispirati. Non so se nella sua ultraventennale opera di diffusione ha avuto molti riscontri (ricordo i simpatici “siparietti” con Fazio) ma con le dovute rapportazioni forse me lo può dire. Ho una chiave intepretativa: i messaggi, la comunicazione … erano idonei? ancor più oggi, lo sono? Non è solo il confrontarsi odierno con smartphone e social, anche allora c’era qlcosa di inidoneo e inefficace? Per quanto mi riguarda la mia formazione “sociometrica” – intesa come dinamica dell’interazione nei gruppi e nelle società – mi ha sempre portato a considerare una “somma di individui” come ad una realtà a se stante, soggetta alle logiche della”collective action”, alle sue leggi o, meglio, uniformità tendenziali, e perchè no ai principi del tornaconto delle leggi del mercato (homo economicus, domanda/offerta) ma ora tutto ciò non mi convince più e mi trovo a riconsiderare i miei assunti, un pò come in “Descartes’ Error” di Damasio, e quindi la “somma” si compone dei singoli addendi, cioè 1+1 non fa 2 (sociologicamente parlando) e 2+2 non fa 4 ma 1+1+1+1! Al di là di altre situazioni di assembramento di fatto, es. folla/e – ma occhio che ha la stessa radice etimologica di “follia” – o virtuali – cfr. tutte le forme di aggregazione nel web -, l’interazione è alla fine 1+1, face to face, messaggio/profondità della psiche, amigdala/emozioni/motivazioni (anche quì stesse radici) e quindi nella platea d’ascolto dovremmo cercare l’individualità, l’interlocutore, la persona alla quale cedere il messaggio, il responsabile unico delle proprie azioni, attuali e future, senza dimenticare che 1+1 è sempre uguale a se stesso, in fondo. O no?
    Se mi ha seguito sin quì grazie x l’attenzione. Francesco

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