L’espressione in apparenza è riduttiva: “ci accontentiamo” di quel che passa il convento. Ma subito si impone un’immagine diversa, che suggerisce benessere, sicurezza, gusto. Perché il convento, per definizione, passa cose buone. Perché è il luogo della misura e della morigeratezza, ma anche della tranquillità e della pazienza, dell’attenzione e della precisione. La cucina dei monaci (e delle monache) è sobria ma curata, amorevole, benevola. Questo ci ha trasmesso la storia: il rapporto col cibo, nella cultura monastica, ha conosciuto delicati punti di attrito (in quanto fonte di piacere, il cibo ha suscitato diffidenza negli asceti più rigorosi), ma nell’insieme è stato vissuto con cordiale serenità, anche per questioni che definirei “di metodo”.

Il lavoro di cucina richiede infatti precisione, disciplina e applicazione. Non può svolgersi senza regole e proprio questo gli conferisce un ruolo particolare nel contesto di una cultura, come quella monastica, che nell’osservanza di una regola trova la sua stessa ragione d’essere. Regole di procedura: le azioni si svolgono in un certo ordine. Regole di coordinamento: ciò che fa il singolo deve accordarsi nei tempi e nei modi con ciò che fanno gli altri. Per questo il lavoro di cucina è una palestra ideale di addestramento, che insegna a organizzare il proprio lavoro e a collaborare con gli altri (non per nulla si è conquistato un posto d’onore negli odierni laboratori di “team building” aziendale). Monaci e monache non hanno mai avuto la produttività come primo obiettivo: anche loro, però, hanno guardato alla cucina come luogo ideale per sperimentare disciplina e ordine. Compiere ogni giorno gli stessi gesti, con pazienza e precisione. Concentrarsi sull’importanza di ripeterli, ripeterli e ripeterli ancora, per farli bene, ricercando la perfezione.

Ecco un buon motivo per comprendere la centralità della buona cucina nella tradizione monastica. Ecco il perché di una notizia meno “leggera” di quanto sembrerebbe, contenuta nella biografia di Benedetto di Aniane, importante riformatore della vita monastica nell’Europa di Carlo Magno. Il biografo racconta la precoce santità di quest’uomo, la sua fama, l’accorrere presso di lui di discepoli, l’edificazione di un nuovo monastero per accoglierli: in quella circostanza egli «ora collaborava con i confratelli intenti alla costruzione, ora cucinava il vitto per il loro nutrimento; contemporaneamente trovava il tempo di scrivere un libro di cucina». Nel pieno della sua attività di proselitismo, Benedetto cucina e scrive di cucina.

Questa attenzione durerà fino all’età moderna. I monasteri resteranno luoghi di elezione della cultura gastronomica, coniugando l’immagine della precisione monastica con quella della competenza culinaria.

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