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Un “bugiardino” contro la dipendenza dai social

Persona seduta da sola in una stanza travolta da una nuvola di messaggi proveniente dai social

Non so voi, ma io quando apro un’app di social network finisco per passarci molto più tempo di quanto avevo previsto. Lo scroll infinito, il rinforzo dei like e la profilazione comportamentale sono strumenti progettati consapevolmente per massimizzare il nostro tempo di permanenza davanti allo schermo: è un problema per gli adulti, un compito quasi impossibile per i bambini.

In Italia, si stima che circa 3,5 milioni di bambini tra i 7 e i 14 anni siano attivi su Facebook, Instagram e TikTok con account aperti tramite dati falsi o non verificati, in violazione della soglia minima di 14 anni fissata dalla normativa italiana e dal Digital Services Act europeo. È su questo dato che il Moige, Movimento Italiano Genitori, ha fondato la class action presentata a maggio al Tribunale delle Imprese di Milano contro Meta e TikTok, prima azione di questo tipo in Europa, chiedendo sistemi reali di verifica dell’età e l’obbligo di comunicare i rischi dell’uso prolungato. Una sorta di “bugiardino dei social”.

Effetti collaterali non previsti? Tutt’altro: le piattaforme sono progettate per generare dipendenza, tanto che i miliardari della Silicon Valley proteggono i propri figli dai prodotti che vendono al resto del mondo. Zuckerberg, che difende i suoi social in tribunale, a casa vieta alle figlie di usarli; Bill Gates non ha dato lo smartphone ai suoi figli prima dei 14 anni; il 75% dei genitori della Waldorf School of the Peninsula, la scuola “no-screen” più ricercata della Silicon Valley, lavora nel settore tech.

L’assuefazione agli schermi e l’impatto del rumore online sulla qualità delle conversazioni pubbliche e sulla tenuta del tessuto sociale sono un problema, e anche una questione di classe: chi può permettersi di proteggere i propri figli dagli schermi, sviluppando la loro capacità di stare nel disagio, di annoiarsi, di costruire relazioni reali, consegnerà loro un vantaggio neurologico che si tradurrà in potere. Chi non può – perché il tempo è poco, le risorse scarseggiano, la scuola non aiuta – si trova ad affrontare in solitudine una scelta che non dovrebbe essere individuale.

Possiamo iniziare a parlare seriamente di responsabilità collettiva delle aziende? La recente enciclica Magnifica Humanitas di papa Leone XIV afferma che dove sono in gioco beni pubblici e diritti fondamentali, la logica del mercato non può essere l’unico arbitro. Le piattaforme digitali tendono ad accrescere soprattutto il potere di chi dispone già di risorse, orientano informazione e consumi e condizionano processi democratici a proprio vantaggio: per questo sono necessarie regole internazionali e meccanismi di accountability, di rendicontazione, trasparenti.

Non basta che ciascuna famiglia si arrangi come può: dobbiamo pretendere che le piattaforme smettano di progettare strumenti ottimizzati per agganciare i cervelli più vulnerabili, e che la politica si assuma il compito di regolamentarle davvero. La class action di Milano va in questa direzione: non è una battaglia di retroguardia contro la tecnologia, ma la richiesta che chi ha un potere enorme sulla vita di milioni di persone – spesso superiore a quello delle leggi – si assuma la propria parte di responsabilità.

Utile da sapere

I dettagli legali della class action di Milano
Un’analisi puntuale del procedimento di Milano, delle richieste al tribunale e del contesto normativo europeo, a cura di Byte.it.

Schermi e bambini: una questione di classe
Francesca Bubba riflette sulle ricerche scientifiche sugli effetti degli schermi sul neurosviluppo dei più piccoli, e su perché limitarne l’uso precoce è una scelta insieme personale e politica.

Puoi leggere questo articolo anche sull’edizione online di Consumatori o ritirare gratuitamente la copia cartacea della rivista in un negozio Coop

Tag: , dipendenze, class action

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