Nel 1973 arrivò la crisi petrolifera, la prima. Il prezzo della benzina aumentò tantissimo e cambiò molte cose. Io avevo 15 anni, stavo in un piccolo paese della Toscana e andavo in giro con il Ciao della mamma.
Era indispensabile, il Ciao, perché non stavamo nel piccolo paese ma qualche chilometro fuori. E se volevi essere parte di qualcosa – amici, ragazze, cose – dovevi muoverti. Il Ciao era un ciclomotore della Piaggio, aveva i pedali e un motore di 48 cc. Andava a miscela al 2% e la mamma e il babbo per fare rifornimento mi elargivano 500 lire a settimana. Che di colpo non bastavano più. E allora discussioni tra amici, tutti con un motorino e tutti con lo stesso problema: come cavarsela con la miscela aumentata del 25%, come convincere i genitori che questa era una crisi mai vista, che niente sarebbe mai più stato come prima e che si doveva passare da 500 a 800 lire alla settimana. «E 800 per stare bassi – dicevo – perché a Luca Civinini i suoi genitori adesso gliene danno 900». Contavo sul valore della parità. Dimenticavo che mio babbo, Ugo, e quello di Luca Civinini, Leonardo, si incontravano da una vita nella piazza del paese e ci misero un attimo a capire che nessuno aveva concesso nessun aumento. E che tutti e due i figli ci avevano provato. E allora partì una gara a come si poteva consumare meno.
Le regole di base per consumare meno carburante
Le regole di base sono restate le stesse e uguale è il motivo scatenante: una guerra dissennata. Andavamo un po’ più piano: costa fatica, ma si può fare; non acceleravamo a manetta per frenare trenta secondi dopo: se vai a velocità costante consumi meno; cercavamo di essere più aerodinamici: Civinini riusciva a schiacciarsi sulla Vespa come una sogliola sul fondale e fendeva l’aria come uno squalo: gomme un po’ più gonfie del solito, meno attrito, meno consumi. Poi qualcuno prese a parlare di truccare il motore. Non per andare più forte ma per consumare meno. Cominciavano a circolare getti del carburatore che mischiavano aria e miscela in un modo diverso e con un litro, si diceva, potevi arrivare all’Impruneta e tornare a casa.
I marchingegni di Bellini
Poi scoppiò il caso Bellini. Lui guidava una Fiat 127 e la questione del risparmiare benzina l’aveva presa di petto. Parlava solo di quello e comprava e montava marchingegni sempre diversi che gli facevano fare sempre più chilometri. E ne parlava. Ne parlava troppo. È allora che Grassi e Lunardi, suoi amici da sempre, decidono di agire. Sottraggono la chiave del serbatoio della 127, ne fanno copia e restituiscono l’originale. Poi ogni giorno, con scientifica regolarità, uno chiede a Bellini come funziona il nuovo riduttore di flusso che gli ha venduto un meccanico di Pontassieve, Il Mago dei consumi. Mentre Bellini racconta l’altro raggiunge la 127 e aggiunge benzina al serbatoio. Poca. Perché qui sta il genio e la crudeltà: poca, ma ogni giorno. E Bellini continua a macinare chilometri e il serbatoio non cala mai. E cresce la sua gioia. E lui la racconta alla Casa del Popolo, si vanta. E dice cosa gli possono fare a lui le petromonarchie del Golfo. E qui non possiamo ripeterlo. Neanche possiamo dire cosa disse dei suoi amici quando scoprì l’inganno. Ma continuò a guidare pensando a come risparmiare benzina. È l’approccio che conta.
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