“Sono per la chirurgia etica”. (Alessandro Bergonzoni)
La chirurgia plastica estetica e la medicina estetica sono temi che surriscaldano gli animi quando se ne parla e quasi sempre offrono la sponda per aprire una sorta di dibattito “morale”. Con tutti i problemi che ci sono al mondo dobbiamo proprio occuparci della bellezza o inseguire un’impossibile eterna giovinezza? Perché la società ci chiede di rimuovere le peculiarità e aderire a uno standard estetico di perfezione impossibile?
Qual è il costo di questa ossessione anche sulle giovani generazioni, sul loro benessere psicofisico? Le statistiche mondiali dicono che quello della chirurgia estetico–cosmetica è un mercato enorme, in continua crescita. Le persone che vi ricorrono spesso vengono bollate come immature, narcisiste, incapaci di rassegnarsi allo scorrere del tempo e propense a investire tutto sull’apparenza invece che sulla sostanza. Il dibattito tra naturale vs artificiale in effetti si allarga a ogni ambito della nostra esistenza sul pianeta Terra a questo punto della storia dell’umanità. Cosa è lecito e cosa no? Quali sono i valori che ci guidano? Il progresso medico può garantirci salute, bellezza, sollievo dagli affronti della vita e del tempo? Certamente. Resta che immortali non lo siamo ancora.
E le pratiche chirurgico-estetiche non sono passeggiate, sono pur sempre interventi, talvolta dolorosi e con un lungo post-operatorio, e come tali includono dei rischi dei quali tenere conto. L’apparenza è qualcosa di fondamentale nel nostro esistere in relazione agli altri, ha un grandissimo impatto nelle vite personali e private, ma anche in quelle lavorative. Presentarsi al meglio di ciò che possiamo è diventato un obbligo, ma si può arrivare a un punto di ossessione che sfocia in un disturbo psichiatrico, la dismorfofobia, e chi ne soffre sarebbe disposto a pagare qualunque prezzo pur di emendare difetti con i quali ritiene impossibile convivere. Quale dunque è lo scopo per il quale nasce la “nobile” arte della chirurgia estetica? Ne ho scritto qualche anno fa in un libro del 2019, “Parla, mia paura”, in un capitolo che si intitola “Tu sei la casa”, che partiva da un’esperienza personale. Esperienza che mi ha fatto lungamente riflettere e studiare il tema, nelle sue sfaccettature e implicazioni, sia psicologiche che sociali.
Emblematica è la vicenda di Suzanne Noël, la prima donna a diventare chirurgo plastico. Noël lavorò come chirurgo ricostruttivo durante la Prima guerra mondiale e i campi di battaglia furono la terribile scuola in cui la chirurgia plastico-ricostruttiva affinò le sue tecniche; inventò procedure e strumenti chirurgici tuttora utilizzati. Noël era una femminista e sostenitrice dei diritti delle donne, riteneva che la chirurgia plastica estetica avesse un’importanza sociale e dovesse diventare un diritto di tutti: ridare ciò che si è perduto o offrire ciò che non si è mai avuto ovvero la possibilità di sentirsi a proprio agio, con sé e tra gli altri, nel mondo. Occorre mantenere questa visione e non cedere agli eccessi, al grottesco o al diktat della bellezza, tenere presente, da parte di chi la chirurgia la pratica, l’impegno etico, l’impegno nel rispettare sempre e comunque l’armonia di un volto e di un corpo che non sono soltanto carne da modellare, ma lo specchio esterno di una psicologia e di un vissuto.
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