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Chi sono davvero gli influencer

Gli influencer sono sempre esistiti, anche quando non li chiamavamo così: da sempre le persone esperte, famose o considerate autorevoli in un certo ambito hanno avuto il potere di orientare le scelte degli altri. La capacità di influenzare le opinioni e i comportamenti altrui dipende da tre fattori: l’autorevolezza rispetto a un particolare argomento, cioè quanto effettivamente lo si conosce, per quanto tempo si è lavorato in quel settore e con quali risultati; la notorietà e le dimensioni della propria rete: una persona sconosciuta ha meno influenza di un personaggio famoso; la capacità di comunicare in modo efficace, sperimentando anche modalità e formati innovativi e originali. Internet è una potente piattaforma di autopubblicazione, che fin dai tempi dei blog ha dato a tutti la possibilità di creare e pubblicare contenuti legati sia alla propria competenza professionale sia alle proprie passioni. Chi ha saputo crearsi una reputazione di competenza, produrre contenuti efficaci e guadagnare un seguito più o meno ampio è diventato, di fatto, influencer. Dal canto loro le aziende, che anche in passato ingaggiavano a vario titolo testimonial famosi e autorevoli per accreditare e promuovere i propri prodotti, hanno dirottato una parte dei propri budget pubblicitari sull’influencer marketing. 

Se i mass influencer (oltre 1 milione di follower) costano ormai centinaia di migliaia di euro a campagna e consentono di raggiungere in breve tempo una gran quantità di persone, anche le quotazioni di macroinfluencer (fra 100 mila e 1 milione di follower) e microinfluencer (fra 10 mila e 100 mila) sono molto cresciute, così come il ricorso ai nanoinfluencer (sotto i 10 mila follower), che compensano la scala ridotta con una relazione più diretta e intensa con la propria community e costi senz’altro minori, a volte semplicemente il regalo dei prodotti sponsorizzati.

Il ricorso all’influencer marketing è anche un tentativo di contrastare l’impatto degli ad-block (il blocco o filtraggio della pubblicità online), perché i contenuti sponsorizzati vengono proposti in formati e modi del tutto simili ai post normali, anche se devono (o dovrebbero) essere dichiarati come tali usando hashtag specifici: #ad o #sponsored quando si tratta di un contenuto per cui si è stati pagati, #gifted quando il prodotto o servizio di cui si parla è stato ricevuto in regalo.

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