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Chi sfrutta i nostri dati per “allenare” l’intelligenza artificiale

Una persona con un computer portatile siede accanto a un grande telefono che mostra l'intelligenza artificiale mentre consegna un documento colorato.

Da giugno gli utenti europei delle piattaforme social della società americana Meta – quella di Facebook e Instagram – stanno ricevendo una mail che li informa di un loro diritto: possono rifiutare di concedere a Meta l’uso dei loro dati personali per allenare l’intelligenza artificiale dell’azienda. Se rifiutano devono affrontare una lunga trafila per ottenere che i loro dati personali non finiscano nel calderone della nuova tecnologia generativa, capace di produrre testi, immagini e altro sulla base, appunto, dei materiali che gli umani hanno realizzato in precedenza. Se accettano non sanno bene che fine facciano i loro dati, ma del resto già ora ne sanno piuttosto poco.
Tutte le intelligenze artificiali generative – di Meta, di Google, di OpenAI, di Anthropic e le altre – si allenano con i materiali prodotti dagli umani. In questo modo costruiscono un valore finanziario enorme per le loro aziende, senza riconoscere un soldo ai produttori della conoscenza sulla base della quale sono costruite.

Meta
, a differenza degli altri, prende le informazioni pubblicate dagli utenti delle sue piattaforme, che vi conducono anche conversazioni relativamente private, ma chiede il permesso. In queste attività, il concetto di “legittimo interesse” favorisce le piattaforme: hanno più utilità ad accedere ai dati personali di quanta disutilità subiscano i singoli interessati.
Meta pesca nelle sue proprietà e avvisa gli utenti, apparentemente: non si sa se faccia anche quello che fanno gli altri, usando pure i testi che si trovano sull’internet aperta senza avvertire nessuno. La relazione con gli utenti è meno che egualitaria, peraltro: è vero che offre un servizio gratuito, ma in cambio non solo ottiene una grande profilazione degli utenti per vendere inserzioni pubblicitarie, non solo può usare i dati personali per offrire altri servizi commerciali, ma adesso può anche trasformarli in un capitale tecnologico straordinario, cioè la sua intelligenza artificiale generativa.

Che cosa potrebbe riequilibrare questa relazione? Le autorità per la protezione dei dati personali non hanno deciso di intervenire pesantemente: hanno emesso un parere relativamente generico e vagamente ambiguo in materia, che sembra consentire la pratica di Meta, ma nello stesso tempo non scoraggia chi protesta. Le regole sul copyright garantiscono il diritto all’opt out, cioè a rifiutare di concedere i dati. Le autorità antitrust hanno da tempo messo in atto azioni per contenere il crescente potere delle grandi piattaforme, ma non sembrano avere ottenuto risultati significativi.

I cittadini sono chiamati a un salto di consapevolezza. Non possono certo combattere dal basso il potere gigantesco delle grandi piattaforme, e forse non hanno neppure l’interesse a farlo, ma di certo possono contribuire a limitarlo facendo ricorso a tutti i diritti che sono stati messi a loro disposizione dalle leggi europee. In attesa che una nuova generazione di imprenditori europei colga in quelle regole l’opportunità per costruire piattaforme più attente ai diritti delle persone rispetto a quelle oggi esistenti.

L’Antitrust italiana ha inflitto una sanzione di 3,5 milioni a Meta per pratiche commerciali scorrette Secondo l’Autorità la società americana, nel processo di registrazione a Instagram, non ha dato agli utenti informazioni chiare sulla raccolta e sull’uso dei loro dati per fini commerciali. Inoltre, in caso di sospensione degli account Facebook e Instagram, non ha fornito indicazioni utili per eventuali contestazioni. Meta, che nel corso dell’istruttoria ha sospeso la pratica, si è detta “in disaccordo” con la decisione e “valuta le azioni da intraprendere”.

 

 

 

Tag: intelligenza artificiale, dati personali, privacy

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