Cibo 2030

Carne coltivata: sì o no?

mucca

Con il divieto italiano di produzione e vendita, molti si sono chiesti cosa sia la carne coltivata. Si tratta di un alimento prodotto raccogliendo cellule muscolari da un animale vivo con una biopsia non invasiva. Le cellule vengono poi moltiplicate in ambiente controllato per formare tessuto muscolare che, con nutrienti e fattori di crescita, assume consistenza e sapore simili a quelli della carne tradizionale. L’altra domanda sorta è quindi se appoggiare o meno questa innovazione. Ma una questione così complessa non può e non deve essere semplificata, né ridotta a un semplice sì o no.

La riflessione dovrebbe innanzitutto partire da questo presupposto: la carne coltivata non è una soluzione “one-size”, universale, e ogni valutazione al riguardo deve fare riferimento al contesto specifico. Pensiamo all’Italia, con un consumo di carne di circa 77 chili procapite all’anno (contro i 114 degli USA). Pensiamo all’Italia della transumanza, delle scelte agroecologiche coraggiose, della dieta mediterranea, del biologico e dell’agricoltura rigenerativa. Viviamo in un Paese con 16,5 milioni di ettari di territorio agricolo, di cui 3,5 incolti o inattivi (il 21,2% dell’area agricola totale) con potenziale capacità di produrre cibi sani, buoni e nutrienti. In Italia è quindi opportuno valutare se dare priorità a soluzioni per la food security o, piuttosto, favorire pratiche agricole che accrescano la qualità produttiva, tutelino il paesaggio, e conservino la biodiversità; se puntare su un’agricoltura rigenerativa che armonizzi flora e fauna, limitando l’alterazione del suolo e migliorando lo sviluppo socioeconomico in un’ottica di ecologia integrale. Ci sono però situazioni differenti, in cui la carne coltivata potrebbe non solo essere una soluzione appropriata ma necessaria. Pensiamo ai territori desertici – inadatti alle coltivazioni – o a Paesi come l’India con una popolazione in continua crescita e consumi maggiori di proteine animali: in questi casi, un cibo alternativo potrebbe rappresentare una svolta cruciale.

Affrontare l’argomento significa però considerare anche altri fattori. Quello della salute, ad esempio: perché ci sono ancora pareri contrastanti, tra chi attesta un rischio minore di contaminazioni batteriche rispetto alla carne convenzionale, e chi sottolinea l’assenza di garanzie a lungo termine su effetti dannosi. Ci sono poi implicazioni occupazionali, e quindi socioeconomiche: perdita di posti di lavoro in agricoltura e zootecnia e aumento di quelli nell’innovazione. Non va poi trascurata la tematica ambientale: perché da una parte queste soluzioni, riducendo la produzione di carne convenzionale, ridurrebbero le emissioni di gas serra, la deforestazione e il consumo di acqua; dall’altra, a causa di un elevato costo energetico per lo stoccaggio, la carne coltivata potrebbe persino creare più danni. E che dire degli equilibri politici?

Lo sbilanciamento tra le nazioni che hanno capitali per sostenere questa innovazione e quelle che non possono accedervi (e che, in prospettiva, ne avranno più bisogno) non può non essere considerato. Infine l’aspetto culturale gioca un ruolo fondamentale. L’Italia, patria dei living heritages e di una tradizione gastronomica radicata all’origine, alle ritualità e alla convivialità, è meno propensa ad accogliere cibo coltivato in laboratorio. Al contrario, una nazione come Singapore, dall’identità fondata sull’innovazione, è culturalmente predisposta non solo alla sua accettazione ma anche al suo sviluppo.

Affrontare il tema della carne coltivata richiede dunque un’analisi accurata e un approccio multidimensionale, necessario per comprendere appieno il suo impatto in termini di sviluppo ecologico integrale. Per giungere a una visione completa e priva di pregiudizi, bisogna considerare ogni dimensione della realtà: politica, sociale, ambientale, culturale, umana, economica. La domanda da porsi non è se siamo favorevoli o contrari a questa innovazione, ma quanto questa possa contribuire, in un contesto specifico, a promuovere benessere e prosperità integralmente. Per affrontare la questione in maniera efficace è imprescindibile proseguire con la ricerca. Ed è fondamentale che settore pubblico e privato condividano i dati sul tema: perché è anche e soprattutto a partire da questi e dalla trasparenza delle informazioni condivise che può scaturire una riflessione profonda, radicata nella verità del dato scientifico. È solo dalla verità che si può costruire la fiducia – soprattutto quella dei consumatori. Questa è l’unica strada per poter compiere scelte alimentari non solo ecologicamente sostenibili, ma – non dimentichiamolo mai – anche eticamente responsabili.

Tag: agricoltura, ricerca, carne coltivata

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