Ogni anno, quando l’inverno si allontana e la primavera avanza, non posso fare a meno di pensare a Costanzo Felici, il botanico marchigiano del Cinquecento, allievo del più celebre Ulisse Aldrovandi, al quale dedicò uno straordinario trattato sulle piante alimentari che “in qualunque modo vengono per cibo del’homo”. Straordinario perché, a differenza di altre consimili opere, non si limita a raccogliere saperi libreschi, dotte classificazioni di autori antichi e medievali. Costanzo Felici fa anche questo: pesca informazioni da manuali di medicina, di botanica, di storia naturale. Tuttavia le arricchisce di osservazioni “sul campo”, frutto della sua diretta esperienza. In questo modo ci regala dati preziosi sugli usi alimentari del suo tempo, facendoci entrare non solo nelle stanze della scienza ma anche nelle case della gente comune. Anche i contadini e le contadine sono protagonisti dei suoi racconti, con le loro usanze, scoperte, proverbi e modi di dire. Per esempio, “nel fine del’inverno e principio della primavera si suole dire per proverbio fra le donne che ogni herba verde fa nel’insalata”.

A partire da questo motto (ogni erba verde è buona in insalata) Felici avvia una descrizione di grande interesse, su un aspetto della cultura alimentare che, pur fondamentale, rischia di sfuggire all’osservazione dello storico non avendo lasciato tracce nella documentazione scritta: voglio dire la conoscenza del territorio e delle piante selvatiche, un sapere tipico della cultura contadina, che si trasmette oralmente di generazione in generazione. A questa cultura è attenta anche la scienza ufficiale, a giudicare dall’interesse che il nostro Felici vi dedica. Egli sembra perfino riconoscere una qualche superiorità dei saperi popolari rispetto agli studi scientifici. O almeno, ammette che i contadini – anzi le contadine, le donne – nel loro territorio conoscono molte più piante di quelle selezionate dagli studiosi: quelle donne vanno nei prati a raccogliere “herbe verdi” e ne trovano sempre di nuove per comporre insalate, “perhoché vi misticano dentro molte piante senza nome overo pochissimo usitate”. Le donne del popolo, suggerisce Felici, conoscono, usano e maneggiano con disinvoltura tante piante di cui i professori di università ignorano l’esistenza. Quelle “piante senza nome” sono l’emblema di una cultura popolare diversa e autonoma rispetto alla scienza accademica.

È attraverso accenni come questi che un trattato di botanica può aprire squarci inattesi di riflessione antropologica. Sorprendente è anche il riconoscimento di un sapere privilegiato del genere femminile, capace di instaurare un rapporto profondo e intimo con la terra e col cibo. Ovvio, forse. Ma il pesante maschilismo della cultura scritta faticava ad ammetterlo, perciò quella di Costanzo Felici è una testimonianza di inconsueta suggestione.

Tag: erbario, Costanzo Felici

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