Quello che è accaduto quest’estate, prima con il gruppo Facebook “Mia moglie”, poi con lo scandalo del sito Phica.eu e le immagini manipolate di donne celebri e meno celebri, mostra quanto sia radicata nel nostro Paese la cultura dello stupro. Quel continuum di violenze di genere che inizia dai commenti sessisti e troppo spesso conduce fino ai femminicidi. Se davvero vogliamo affrontare la violenza contro le donne, non basta intervenire quando è già esplosa in tutta la sua brutalità. Non basta varare l’ennesimo decreto d’urgenza, moltiplicare le pene, invocare processi più rapidi. Certo, la punizione è necessaria, anche per il suo valore simbolico. Ma non può bastare. La Convenzione di Istanbul lo diceva già dieci anni fa: la strategia deve poggiare sulle “Tre P”: Punizione, Protezione, Prevenzione. Ed è su quest’ultima che si gioca la sfida più grande.
Amore è libertà, ecco perchè
Perché prevenire significa educare. Insegnare ai ragazzi e alle ragazze che l’amore non è possesso, che la libertà dell’altro è il fondamento stesso di ogni relazione. Significa decostruire gli stereotipi di genere, distinguere tra consenso e sottomissione – cedere non è consentire, dire “sì” per paura non è libertà – e riscrivere la grammatica delle relazioni affettive. Perché quella che ancora trasmettiamo – a scuola, in famiglia, nei media – continua a legittimare rapporti tossici, a giustificare famiglie disfunzionali, a colpevolizzare chi subisce.
La violenza è bastarda. Agisce molto prima di lasciare lividi o ossa rotte. Inizia dalle parole: “Sei nulla senza di me”, “Un giorno mi ringrazierai”, “Smettila di lamentarti”. Umiliazioni travestite da consigli, correzioni paternalistiche spacciate per “bene”. Così diventa facile convincersi che forse ha ragione lui, che siamo davvero noi donne a non valere nulla. La violenza erode dall’interno, cancella identità, riduce in briciole la fiducia.
Eppure c’è ancora chi minimizza. C’è chi liquida come esagerazione l’idea di cultura dello stupro. C’è chi sostiene che non esiste alcun continuum che lega le violenze quotidiane al femminicidio. C’è persino chi parla di “isteria femminista” davanti a chi chiede rispetto. Ma la verità è semplice, ed è scomoda: le violenze estreme sono il proseguimento delle violenze ordinarie. È quando diciamo a una ragazzina “non capisci nulla” che le togliamo il diritto di parola. Ed è da quel silenzio imposto che nasce, quasi sempre, l’impossibilità di reagire.
Educare ai sentimenti, allora, significa insegnare che le relazioni sono fatte di reciprocità, non di dominio. Che amare non è annullare, ma riconoscere. Che la fragilità non è una colpa, ma la condizione di tutti. È un compito che riguarda la scuola, la famiglia, la società intera. Perché la violenza non è mai un fatto privato: riguarda tutti noi.
“Dire, fare, amare”: come recita il progetto Close the gap promosso da Coop insieme alla Fondazione Giulia Cecchettin. Tre verbi che ci ricordano che non basta parlare, occorre agire. E che senza amore – autentico, fatto di libertà e dignità – nessuna relazione sarà mai davvero completa.
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