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Le alternative alle big tech americane

Uno smartphone mostra i loghi di Google, Amazon, Meta, Apple e Microsoft: un'alternativa alle big tech americane.

Ogni giorno affidiamo i nostri dati più preziosi a grandi colossi tecnologici quasi tutti statunitensi: conversazioni, ricerche, foto ed email. In cambio riceviamo servizi gratuiti, ma cediamo il controllo su informazioni sensibili che raccontano molto di noi, delle nostre abitudini, relazioni, spostamenti. Con l’inasprirsi delle tensioni geopolitiche e il crescente dibattito sulla sovranità digitale europea, sempre più persone cercano alternative alle big tech americane. Ma quali sono davvero le opzioni a nostra disposizione? Vediamone alcune.

Ecco le alternative alle big tech americane

Per chat e messaggi, Signal offre crittografia end-to-end senza raccogliere metadati. Fondata da un americano ma senza fini di lucro, è considerata la più sicura dagli esperti.
Sul fronte dei motori di ricerca, Qwant (Francia) non traccia gli utenti e rispetta il GDPR (General Data Protection Regulation). Ecosia (Germania) devolve gran parte dei profitti alla riforestazione.
Per le email, Proton Mail (Svizzera) e Tuta (Germania) offrono servizi con crittografia integrata, anche se i piani gratuiti hanno limiti di spazio e funzionalità.
Tra i social network sta guadagnando popolarità Bluesky: nato da una costola di Twitter per opera del suo fondatore Jack Dorsey, dà agli utenti più controllo sull’algoritmo, regole stringenti di moderazione e zero pubblicità.
Per la produttività d’ufficio, LibreOffice rappresenta un’alternativa europea e open source a Microsoft Office. Sviluppata da The Document Foundation con sede in Germania, questa suite offre programmi compatibili con i formati Microsoft ed è completamente gratuita, sia per uso personale che aziendale.

L’effetto rete

Un ostacolo al cambiamento è l’effetto rete: WhatsApp è utile perché lo usano tutti; un social network con pochi utenti perde gran parte del suo valore. Inoltre, molte alternative hanno piani gratuiti limitati, rendendo necessario un abbonamento per un’esperienza completa. Inoltre, il passaggio a servizi europei non risolve automaticamente tutti i problemi: anche le aziende europee sono soggette a pressioni commerciali e politiche, e il modello di business basato sulla raccolta dati è ormai radicato nell’economia digitale.
La vera sfida è culturale: siamo disposti a pagare (con denaro anziché con i nostri dati) per servizi digitali che rispettino la nostra privacy? E siamo pronti ad accettare qualche compromesso in termini di comodità e diffusione per proteggere i nostri dati?
Forse la risposta sta in un approccio graduale: iniziare a sperimentare alternative in alcuni ambiti, sostenere lo sviluppo di ecosistemi digitali europei, e soprattutto accrescere la consapevolezza sulle implicazioni delle nostre scelte digitali quotidiane.

Sostenibilità e sovranità digitale

Francesco Fullone è un esperto di IT sostenibile con oltre vent’anni di esperienza nel settore e la sua newsletter Sustainable ICT esplora l’intersezione fra tecnologia e sostenibilità. Il suo approfondimento su “Autonomia tecnologica europea: dalla cyberwarfare all’EuroStack” tratta il tema della sovranità digitale europea anche su una scala più ampia. Si trova qui.

 

Puoi leggere questo articolo anche sull’edizione online di Consumatori o ritirare gratuitamente la copia cartacea della rivista in un negozio Coop.

Tag: servizi digitali, dati sensibili, Big Tech, sovranità digitale

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