Terra, uomini e clima

Se l’adattamento climatico costa caro

immagine di persona che tiene in mano un ombrellone aperto simbolo dell'adattamento climatico

Di adattamento climatico abbiamo già parlato in questa rubrica, ma i recenti eventi estremi come l’ondata di caldo europea di giugno 2025 o la drammatica alluvione in Texas con più di 80 vittime, richiedono un aggiornamento. Il troppo caldo uccide.
Nell’estate 2022 ci sono state in Europa 61 mila vittime per colpo di calore e 47 mila nel 2023. Per questo motivo, oltre agli avvisi dei servizi meteorologici, si stanno diffondendo i rifugi climatici nelle grandi città, ovvero zone pubbliche come biblioteche, sale incontri e centri commerciali dotati di aria condizionata dove chi non può permettersi di pagare una salata bolletta elettrica può passare la giornata in sicurezza. Ma possiamo pensare di adattarci a un futuro sempre più caldo soltanto equipaggiando tutti gli edifici di climatizzatori? Intanto aumenterà il consumo energetico, che per non peggiorare l’emissione di gas serra dovrà basarsi su fonti rinnovabili, e poi non si potrà certo vivere per mesi chiusi dentro una bolla artificiale. Se si punta tutto su questa strategia si rischiano effetti collaterali negativi, tecnicamente un “maladattamento”.

L’adattamento climatico nelle città

Si può ridurre il calore delle zone urbane aumentando la presenza di spazi alberati e agendo sui materiali e l’urbanistica, con tetti bianchi riflettenti e percorsi ombreggiati. Accorgimenti strutturali che però possono abbassare le temperature soltanto di qualche grado. Si possono cambiare gli orari di lavoro, evitando le ore più calde. Ma alla fine, se il riscaldamento globale prosegue la sua corsa, le opzioni di adattamento si esauriscono e un intero territorio diventa ostile alle attività economiche e alla residenzialità, perdendo di attrattività e venendo gradualmente abbandonato a favore di zone più favorevoli, come le regioni montane più fresche.

C’è chi va a vivere a Dubai, attratto da miraggi economici o tecnologici, ma certo la prospettiva di rimanere chiusi in un palazzo di vetro raffreddato con l’energia del petrolio mentre fuori ci sono 50 gradi non è allettante.

E che fare contro l’intensità delle precipitazioni?

Lo stesso si può dire per le alluvioni o l’aumento del livello del mare dovuto alla fusione dei ghiacci polari: si possono costruire argini e dighe, casse di espansione e canali scolmatori, ma se l’intensità delle precipitazioni continua a crescere, queste imponenti e costosissime infrastrutture non potranno ingigantirsi all’infinito, ci sarà un limite massimo oltre il quale non sarà più possibile aumentare la protezione dal rischio geoidrologico e l’unica soluzione sarà delocalizzare, andare via. L’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) stima in 45 miliardi di euro le perdite economiche dovute agli estremi climatici nel solo 2023 per 38 paesi europei e ammonisce sulla insufficiente preparazione dei governi e dei cittadini a fronteggiarli. Le informazioni sono contenute nel portale discomap.eea.europa.euClimatePreparedness2025.

In sostanza, non bisogna pensare che ci si possa adattare ai nuovi estremi del clima senza pagare un prezzo. L’adattamento climatico è come un elastico: per un po’ lo puoi allungare, ma alla fine si spezza. Bisogna agire anche alla radice del problema, riducendo sprechi ed emissioni.

Puoi leggere questo articolo anche sull’edizione online di Consumatori o ritirare gratuitamente la copia cartacea della rivista in un negozio Coop

Tag: adattamento climatico, rifugi climatici, consumo energetico

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