Al momento in cui scrivo, ancora non è chiaro se Donald Trump avrà assunto la pillolina rossa o la pillolina blu, quella che gli manda il sangue alla testa, e se stia continuando o meno a manifestare in giro per il mondol’invidia del pene (altrui) a suon di bombardamenti. Il post sui social in cui insultava l’Iran invitandolo a liberare lo stretto di Hormuz è considerato il punto più basso della diplomazia mondiale da quando l’uomo non aveva inventato la ruota e le dispute territoriali si risolvevano a rutti e colpi di clava. Anzi, qualcosa di meno. Ma, al netto dell’enorme caciocavallo che il presidente USA indossa al posto del cervello, anche per questa contingenza vale l’antico proverbio romano: tira più ciò che muove la biga che un carro di buoi. E siccome le nostre bighe moderne vanno a petrolio, il resto è storia. O storiella. Bombe e bombette comprese.
Per nostra fortuna, l’Italia persegue da sempre una via autonoma, spesso pionieristica, al grottesco. Dunque non solo abbiamo proposto il premio Nobel per la pace a Trump – che è come proporre di assegnare quello per l’urbanistica a Godzilla – ma al Governo c’è la stessa identica persona che nel 2019 aveva solennemente promesso, anzi: garantito, con un video satirico tra il Gabibbo e il Bagaglino, che avrebbe cancellato le accise sui carburanti. Per parafrasare l’inutile Oscar Wilde: se dio ti vuole male, ti fa vincere le elezioni.
Non vorrei però che questa mia sembrasse un attacco immotivato all’attuale inquilina di palazzo Chigi. Le accise non verranno toccate. Da nessuno. Di nessuna parte politica. Nei secoli dei secoli. Anzi: facile che le mettano pure sulle prese elettriche, ove anche in Italia entrassimo nel ventunesimo secolo e la smettessimo di andare su “un ferro che ancora ha i pistoni” (cit. Jovanotti, 2002). Unica consolazione: saranno tutte provvisorie, per affrontare un’emergenza, giammai con esiti strutturali nelle nostre tasche.
Per strapparti un sorriso, cara lettrice, caro lettore, provvederò perciò a elencare in rapida sequenza le accise provvisorie introdotte sui carburanti a partire dal pelatone di Predappio. Per evitare che ti scoppi il fegato, però, ne aggiungerò qualcuna secondo le linee guida del Campo Largo dopo che ha vinto il referendum: completamente a capocchia. A te trovare quelle che mi sono inventato, per celia e anche un po’ per non morire, e quelle non più in vigore perché le emergenze è da mo’ che sono finite. Guerra d’Etiopia del 1935 (vanno direttamente a uno zio di La Russa che ha ereditato i diritti d’autore), crisi di Suez del 1956 (le giriamo all’Egitto perché non ci dia notizie su Giulio Regeni), disastro del Vajont del 1963 (come acconto per il disastro del ponte sullo Stretto), alluvione di Firenze del 1966 (con integrazione per il disastro di Renzi sindaco), terremoti del Belice nel 1968, del Friuli nel 1976, dell’Irpinia nel 1980, dell’Aquila del 2009 (per ricordarci prima o poi di completare la ricostruzione), missione militare in Libano del 1983 (10 centesimi al litro, la più pesante: nel frattempo Israele lavora per cancellare il Libano e probabilmente le accise), missione militare in Bosnia del 1996 (e meno male che non abbiamo dovuto integrarla col premio partita degli azzurri in Bosnia), rinnovo contratto autoferrotranvieri del 2004 (sennò cosa avrebbero guidato? I tram a cavalli?), acquisto autobus a benzina ecologica del 2005 (non fa riderissimo, questa?), crisi immigrazione dalla Libia del 2011 (nel frattempo gli remigriamo assassini e stupratori con voli di Stato), terremoto in Emilia del 2012 (già spesi tutti, e bene: mica stiamo a girarci i pollici da queste parti).
Fatto? Lo so, era troppo facile: sono tutte vere, e tutte in vigore. Forse perché, come diceva Giuseppe Prezzolini, in Italia non c’è niente di più definitivo del provvisorio. Anche il nostro ineludibile, inestinguibile, incontendibile, rapporto con la politica: votare, dimenticare. Sennò mica ci possiamo lamentare.
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