Mondo Coop

Siamo nell’era del de-consumismo

Una famiglia di quattro persone pratica il de-consumismo mentre sceglie insieme la spesa nella corsia dei prodotti del supermercato.

Preoccupati dall’escalation militare dei conflitti in corso e dal cambiamento climatico di cui stanno toccando con mano gli effetti, delusi da una vita ben diversa da quella che si aspettavano, affaticati dal superlavoro necessario per rimpinguare redditi insufficienti. La fotografia scattata dal Rapporto Coop 2024 è quella di un Paese inquieto, dove si riduce la quota di chi guarda con fiducia al futuro (che scende di 4 punti in due anni) e aumentano i timori (+11 punti percentuali 2024 su 2022). «Siamo di fronte a uno scenario complesso è il commento di Maura Latini, presidente di Coop Italia -, in cui preoccupazioni che sembravano contingenti stanno diventando strutturali. La ripresa economica c’è ma è modesta e incapace di ridurre le disuguaglianze, mentre sul versante dei consumi la leva del risparmio si è consolidata come primaria. Dato che la tutela del potere d’acquisto, soprattutto delle famiglie più in difficoltà, è la ragion d’essere delle cooperative di consumatori, questo è un punto su cui dovremo sempre prestare molta attenzione, continuando a dare risposte alle persone che, come indica il Rapporto, cercano un giusto prezzo ma anche qualità, sicurezza, sostenibilità ed eticità dei prodotti.  È un buon auspicio e esattamente il perimetro in cui si muove la nostra offerta, tanto più il prodotto a marchio Coop». Latini si dice fiduciosa, in prospettiva, sul miglioramento dell’economia italiana: «Noi – sottolinea – metteremo tutto il nostro impegno per sostenere le famiglie, ma temi come l’aumento della produttività e la qualità delle infrastrutture sono una sfida di tutto il Paese».

Quello a cui si assiste è uno strisciante de-consumismo, dice il Rapporto Coop. Se è vero, infatti, che il potere di acquisto degli italiani ha recuperato i livelli pre-pandemia e che sono diminuiti coloro che hanno vissuto situazioni di disagio profondo (l’ammettevano 20 milioni di persone nel 2022 rispetto ai 12 milioni di oggi), restano comunque ampie le difficoltà sociali. E anche questa faticosa tenuta non è avvenuta senza sacrifici. L’overworking, il superlavoro, è la leva principale con cui gli italiani provano a difendere il loro tenore di vita; infatti, già nel 2023, per ottenere redditi reali di poco superiori a quelli di 5 anni fa, sono stati costretti a un surplus di ore lavorate (un miliardo e mezzo di ore in più). Con differenze marcate per settore. Ad esempio, i redditi per occupato dei lavoratori della sanità sono calati dell’8,5%, quelli dell’istruzione dell’11,2% mentre per chi lavora in ambiti come le costruzioni o l’immobiliare i redditi sono cresciuti rispettivamente del 4,6% e del 6,4%.

Mentre il 75% degli intervistati si dichiara insoddisfatto in primo luogo della propria retribuzione, si punta a risparmiare sia che si tratti di riempire l’armadio, sia di scegliere un’auto (sempre più spesso comprata usata), e resta un miraggio la casa di proprietà (-2,1% le compravendite quest’anno). Anche i prodotti tecnologici come tv, pc e smartphone hanno perso parte della loro attrattività (le vendite a volume di telefonini nell’ultimo anno sono scese di oltre il 6%). Gli italiani si stanno abituando a una vita a basso impatto, essenziale, in cui contano di più la famiglia, gli affetti, le qualità personali, la propria salute. Così il superfluo viene drasticamente ridotto, ci si abitua a riparare gli oggetti piuttosto che sostituirli, si ricorre ai prodotti di seconda mano. L’acquisto e il possesso di beni sembrano aver perso, per buona parte di noi, quei valori di gratificazione personale e di riconoscibilità sociale che hanno caratterizzato la nostra società negli ultimi decenni.

Puoi leggere questo articolo anche sull’edizione online di Consumatori o ritirare gratuitamente la copia cartacea della rivista in un negozio Coop.

Tag: diseguaglianza, Rapporto Coop, potere d'acquisto

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2 Commenti. Nuovo commento

  • Peccato che la reazione al deconsumismo sia l’inflazione cui si somma l’avidità. Oggi le aziende aggiungono alla normale inflazione anche una “cresta” per non ridurre gli utili: vedasi l’idea di ridurre i quantitativi per confezione al fine di far percepire meno l’aumento di costo spropositato. Chi compra guardando il prezzo al kg lo nota, chi guarda il prezzo a confezione no. Ridurre il potere d’acquisto di chi non vede alzarsi lo stipendio decentemente da anni (fermo a 8/9€ lordi l’ora) per utili da paura è disumano. Torneremo presto a tenerci mucche e maiali in cortile per poter sopravvivere, almeno chi non vive in condominio.

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  • Era ora che ci fosse un cambio di tendenza. La cosa triste che questa sia data dagli stipendi bassi, dalla diminuzione del valore d’acquisto, dal precariato e dai contratti a tempo determinato. Quest’ultimi non permettono di comprare una casa o di prenderla in affitto, tra l’altro anche a cifre esorbitanti.

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