Mondo Coop

Nuova tappa di Close the gap, per Mahsa e le altre

Era il 13 settembre 2022 quando Mahsa Amini, una ragazza curdo-iraniana di 22 anni, venne arrestata a Teheran mentre era in vacanza con la sua famiglia. La sua “colpa” consisteva in una ciocca di capelli che spuntava dall’hijab, il velo islamico obbligatorio per legge che non le copriva abbastanza il capo. Un piccolo particolare, agli occhi di un occidentale, che però non era passato inosservato allo sguardo della polizia morale iraniana. Ma per quel ciuffetto di capelli Mahsa è morta, pochi giorni dopo: vittima di un malore, secondo le autorità che la detenevano, brutalmente pestata dai suoi carcerieri secondo i familiari. 

Subito dopo migliaia di persone – uomini e donne, giovani e anziani – si sono riversate nelle strade al grido di “Donna, vita, libertà”. Una protesta proseguita fino ad oggi, nonostante una feroce repressione abbia portato a migliaia di arresti e a processi sommari, condanne e uccisioni. Così, tagliarsi una ciocca di capelli è diventato in tutto il mondo l’emblema della solidarietà con il popolo e le donne iraniane, vittime di un’apartheid di genere che nega loro ogni libertà. 

Una ciocca di capelli, appunto, è ora raffigurata su circa 2 milioni di cartoline da ritagliare che, il 10 marzo, verranno allegate da Coop ai settimanali Sette e Venerdì di Repubblica, e diffuse in aprile anche su Consumatori e nei punti vendita Coop: un simbolo da far viaggiare come un messaggio in bottiglia, con un gesto semplice ma significativo che tutti possono fare. Destinazione: Iran. 

L’obiettivo infatti è raccoglierle per recapitarle all’ambasciata iraniana in Italia, lanciando un forte segnale di attenzione a quanto sta avvenendo nel paese e appoggiando le rivendicazioni delle sue donne e dei suoi uomini. Un popolo stanco di discriminazione, violenze e norme di comportamento che invadono anche le libertà e i diritti fondamentali. Tanto da poter morire per una ciocca di capelli. 

Agli ultimi posti Secondo l’Economist Intelligence Unit’s index 2022, l’Iran si trova al 154° posto sui 167 paesi monitorati dall’indagine che misura lo stato della democrazia nel mondo in base alle libertà civili e politiche. Un piazzamento che vede il regime degli Ayatollah tra quelli più autoritari del pianeta. Al primo posto tra i paesi democratici c’è la Norvegia, l’Italia è in 34ª posizione, all’ultimo posto c’è il vicino Afghanistan. 

Finora, sottolinea questa ricerca internazionale, il controllo dell’apparato statale iraniano è rimasto saldamente nelle mani di coloro che cercano di preservare lo status quo: il governo, l’establishment religioso e, sempre più, il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche, economicamente potente. Anche se da mesi ormai donne e uomini uniti scendono in strada contro il regime fronteggiando la violenta repressione, gli arresti e le condanne a morte degli attivisti. Nell’elenco delle vittime civili durante le manifestazioni diffuso da organizzazioni locali ci sono anche decine di minorenni, un bimbo di 2 anni, una bimba di 6. 

Coop ha deciso di schierarsi e fare la propria parte a cavallo delle festività di Natale, con un annuncio sui giornali e online che recitava: “La Coop sei anche tu, Mahsa”, scritto al centro dal volto astratto di una donna dal capo coperto. Il secondo passo, che prende il via in questi giorni, è appunto la mobilitazione dei soci Coop e dei cittadini attraverso la cartolina che taglia, simbolicamente, quella stessa ciocca di capelli che è diventata manifesto di libertà. 

Un’iniziativa appoggiata anche da Amnesty International, che ha affiancato il presidente di Coop Italia Marco Pedroni e l’amministratrice delegata Maura Latini al rilancio della mobilitazione, nell’ambito della campagna Coop “Close the Gap” contro la discriminazione di genere. Presentata a Milano in occasione dell’8 marzo (ne parliamo qui accanto), ha visto presenti anche le associazioni e le organizzazioni della società civile che, con la loro attività, hanno contribuito e contribuiscono al successo della campagna Coop. 

Amnesty con Coop Non è facile per le organizzazioni per i diritti umani verificare i dati e le segnalazioni che riescono a superare le fitte maglie della censura, spiega Amnesty International. Solo nei primi tre mesi dall’inizio delle proteste, si stima che siano stati oltre 400 i manifestanti morti per mano delle forze di sicurezza e di quelle paramilitari, che fanno un uso sconsiderato e illegale delle armi da fuoco. Tra questi, sono almeno 50 i minorenni la cui vita è stata spezzata dai proiettili, dai pallini da caccia o dai pestaggi: ragazze e ragazzi di età compresa tra gli 11 e i 17 anni. 

Decine di persone, tra cui diversi minorenni, rischiano l’esecuzione per aver partecipato alle mobilitazioni. Secondo Amnesty International Italia, le autorità iraniane usano la pena di morte come mezzo di repressione politica per instillare la paura tra chi vuole prendere parte alle proteste. “Le donne che hanno il coraggio di scendere in piazza – riferisce l’organizzazione per i diritti umani – vengono picchiate o colpite al seno e all’inguine con proiettili veri, oltre ad essere aggredite sessualmente. Oltre 20 mila iraniani e iraniane sono arrestati e, in molti casi, sottoposte a torture anche per ottenere ‘confessioni’ che saranno utilizzate come prove nel corso dei processi”.

«La protesta di questi mesi è diversa da tutte le altre – spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia – perché non parte dalle università e dagli intellettuali ma sale dal basso, dal popolo, in modo veramente trasversale. Arrivando a coinvolgere persino i commercianti, i cosiddetti bazaristi, scontenti per la crisi economica. E arrivano poi nelle università, tra gli artisti, gli sportivi, i cineasti, persino nella famiglia della Guida suprema. Peccato che il regime di questi ultimi 43 anni abbia impedito la formazione di una classe dirigente libera». 

Gli iraniani – conferma il rapporto dell’Economist Intelligence Unit’s – stanno esprimendo un crescente desiderio di instaurare un sistema di governo democratico che sostituisca la teocrazia del paese: “Grandi proteste si sono verificate regolarmente in Iran negli ultimi anni, ma sono state guidate principalmente da rimostranze socioeconomiche”. Quelle in corso dalla fine del 2022 non hanno eguali per intensità, diffusione geografica e valenza politica: i manifestanti chiedono la riforma dello Stato e l’espansione delle libertà civili, con un coraggio e un eroismo che hanno conquistato la solidarietà del mondo. Tanto che a dicembre, la Repubblica islamica dell’Iran è stata sospesa dal suo seggio nella Commissione delle Nazioni Unite sullo status delle donne, organismo che promuove la parità di genere (ma che peraltro continua a accogliere paesi altrettanto repressivi). 

Il valore di una cartolina Basterà una cartolina a cambiare le cose? Certamente no, ma se gli stati ancora faticano a prendere posizione non bisogna ignorare quanto accade: «I cittadini di tutto il mondo dovrebbero fare tutto il possibile per rafforzare, sostenere e incoraggiare la rivoluzione e la liberazione delle donne in Iran – ha dichiarato al periodico Micromega Maryam Namazie, attivista iraniana che si spende da anni per i diritti delle donne e per la difesa della laicità –. Se qualcosa è cambiato o sta per cambiare, dipende dall’opinione pubblica. Dipende dall’empatia e dalla solidarietà umana che può aiutare il popolo iraniano a porre fine al regime islamico e a inaugurare una nuova alba».

Come il colibrì che aiuta a spegnere la foresta in fiamme portando nel becco una goccia d’acqua, anche inviare una cartolina, e tagliare simbolicamente la ciocca di capelli che raffigura, farà sentire la nostra voce e ci porterà più vicini alle donne, alla vita e alla libertà in Iran.

Tag: close the gap, iran

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