Mondo Coop

I “Frutti di pace” delle donne alla Coop

Marmellate e succhi

La pace dentro una bottiglia da mezzo litro, o un vasetto di conserva da 340 grammi. La pace che ha il sapore dei frutti di bosco. Concentrato di vent’anni di “battaglie” nei campi della Bosnia Erzegovina per preservarla così fragile com’era, e com’è, avendo la forza d’interrompere la catena d’odio lasciato dal genocidio della vicina Sebrenica, nel 1995. E coltivarla, poi, assieme a more, lamponi e mirtilli. Sono ripartite in questo modo, nei campi, a testa bassa, le donne: non serbe, croate, bosgnacche, musulmane, cattoliche, ortodosse o ebree. Donne e basta, accomunate dall’aver perso un proprio caro. Donne in lutto che si sono rimboccate le maniche, con spirito cooperativo: “Insieme”, come hanno chiamato la loro cooperativa. E negli anni sono riuscite ad affermare sul mercato un prodotto, le bacche selvatiche, che in natura cresce per tutti, senza distinzioni etniche, facendone il simbolo della rinascita del loro villaggio, Bratunac: nettari e confetture con l’etichetta “Frutti di pace” importati in Italia da Alce Nero e da anni venduti da Coop, divenuta il loro principale partner commerciale. 

Ora per le donne della Cooperativa Insieme, presieduta da Radmila Zarkovic, attivista per la pace e i diritti civili, è venuto il tempo dei riconoscimenti. Proprio mentre nel mondo si moltiplicano le guerre e servono esempi come questo, encomiabili. Sono risultate infatti tra le vincitrici del Premio Nonino 2024, assieme allo scrittore friulano Angelo Floramo, figlio anche lui della frontiera, ricercatore interessato con i suoi studi e i suoi viaggi alle culture che si fondono e non si combattono. 

il valore del dolore. Il Nonino è un premio internazionale molto importante – in ambito culturale, letterario ed enogastronomico – che vede in giuria illustri personalità del mondo della cultura, a partire dal filosofo Edgar Morin e dallo scrittore Claudio Magris. Organizzato dalla omonima famiglia, celebre per la grappa, nella distilleria di Ronchi di Percoto, nel comune di Pavia di Udine, il Nonino 2024 Risit d’aur – Barbatella d’oro (nome in friulano di un vitigno autoctono salvato dall’estinzione) è stato conferito il 27 gennaio a questa cooperativa bosniaca al femminile, fondata nel 2003, che ha saputo far crescere un progetto economico e di grande valore etico, sulle rive della Drina, ai confini con la Serbia. Là dove fu perpetrato il più grande massacro di civili (tutti musulmani bosniaci) dalla fine della Seconda guerra mondiale; almeno prima dei conflitti più recenti – frutto di altre storie e percorsi di vita – tra Russia e Ucraina e tra Hamas e Israele. 

Le donne di Bratunac hanno dimostrato “che si può ricostruire un’identità collettiva – si legge nelle motivazioni del premio – contro le divisioni imposte dalla guerra e hanno avviato un processo di elaborazione del lutto basato sul riconoscimento del valore del dolore dell’altro, non più inteso come nemico ma come vittima della stessa violenza”. Le altre sezioni del Nonino 2024 sono andate allo scrittore argentino Alberto Manguel, al medico francese Rony Brauman e alla storica statunitense Naomi Oreskes. Così ha deciso la giuria presieduta da Antonio Damasio e composta, oltre a Morin e Magris, da Adonis, Suad Amiry, John Banville, Luca Cendali, Mauro Ceruti, Jorie Graham, Amin Maalouf e Norman Manea. 

Angelo Floramo: la fiducia è la loro lezione. Si dice «onorato e trepidante» prima di ricevere il Premio Nonino che lo ha accomunato a Insieme, la cooperativa di donne che ha incontrato nei suoi viaggi nei Balcani: un nucleo di resistenti di un piccolo villaggio incenerito dall’odio, nella Bosnia orientale, a pochi passi dalla Serbia, dove ogni anno ritorna con i suoi allievi di una scuola superiore di Gemona del Friuli, per mostrare loro come si può rinascere da una immane tragedia. 

Il professor Angelo Floramo, scrittore, accademico, storico, medievalista e consulente scientifico della Biblioteca Guarneriana di San Daniele del Friuli, parla con amore della sua regione, «terra di incroci e intersezioni», e con deferenza verso quelle donne «capaci di vincere la pace, non la guerra». Ricorda quando all’inizio di questa bella storia «andavano in giro in furgone, in Italia e in altri paesi, per proporre il loro prodotto e la filosofia che c’è dietro». Erano una decina di socie. Adesso sono 500, e con la vendita delle bacche cresciute in quella terra riescono a sfamare un’intera comunità. Questo nonostante la difficoltà di stare sul mercato e una situazione politica, in Bosnia Erzegovina, «che non favorisce certo le situazioni di scambio». Oggi al pari di ieri. Al punto che il nome stesso dell’azienda agricola, “Insieme“, fu scelto all’origine in italiano per condividere un medesimo orizzonte cooperativo, ma anche per non essere subito comprensibile in quel paese dilaniato da una guerra fratricida e percorso da contrapposizioni, in apparenza, insuperabili. 

Donne che hanno voluto ripartire però in un altro modo, dalla «pace praticata». “Sperare in un mondo migliore non è un sogno”, hanno scritto sui vasetti.  «La pace diventa raggiungibile – è il ragionamento di Floramo –, quando riusciamo a riconoscere negli altri noi stessi. Ogni volta, al contrario, che ricorriamo alle armi, non è Caino che uccide Abele, ma una nuova strage degli innocenti che comincia». Dentro i succhi e le marmellate “Frutti di pace” c’è un ingrediente speciale che cresce in una terra (anche interiore) poco battuta dal sole: quell’ingrediente è la fiducia, inscalfibile, nell’umanità dell’uomo. È questa in fondo la principale lezione – conclude il professore – delle donne coraggiose di Bratunac.

Tag: pace, cooperazione, marmellate, succhi di frutta

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