Mondo Coop

Frutta e verdura, occhio ai prezzi

Sui banchi di qualche mercatino, a fine maggio, è capitato di vedere le ciliegie anche a 18-20 euro al chilo. Una follia che si spiega con altri numeri, altrettanto folli: piogge e grandinate hanno distrutto il 60% della produzione in Campania e il 90% in Puglia, e danni pesanti a queste colture ci sono stati anche in Piemonte, in Sardegna e in Romagna. Qui alla cattiveria del clima si sono sommati gli effetti a lungo termine sui terreni dell’alluvione dell’anno scorso.

Le ciliegie sono frutti delicati, ma non sono i soli a registrare prezzi impazziti. Per tutta l’ortofrutta sono cresciuti i listini ed è aumentata così la spesa delle famiglie, che sono corse ai ripari: cercando di risparmiare, hanno tagliato sulle quantità acquistate. Tanto che Nielsen ha rilevato che le vendite di questi prodotti nella grande distribuzione organizzata sono diminuite complessivamente del 4,6% in volume nell’ultimo anno.

Sui prezzi dell’ortofrutta sembra essersi scatenata la tempesta perfetta: Claudio Mazzini, direttore Freschissimi di Coop Italia, che cosa sta accadendo? Si vedono gli impatti importanti dei cambiamenti climatici, che hanno un effetto immediato e anche duraturo su questo settore. Per frutta e verdura non esistono magazzini che possano intermediare, attutire il colpo della scarsità dell’offerta: il problema si paga immediatamente e ci sono interi distretti produttivi a rischio.

In Sicilia, per esempio, non piove in maniera strutturata da giugno del 2023: da un anno irrigano con acqua a 4 mila µS/cm di conducibilità, quando il limite per quella potabile è 2.500. Ed è una regione che vale il 17% di quello che mangiamo. Come si sposta un distretto agricolo del Catanese o del pomodoro di Pachino? È semplice: non si può spostare, né nel breve tempo né a costi sostenibili. Purtroppo, nei prossimi anni il costo del cibo sarà necessariamente un po’ più alto di quanto eravamo abituati a pagare due o tre anni fa.

Per questo si parla ormai di inflazione climatica?  Sì, è un fenomeno registrato per la prima volta nel 2023. Mancanza d’acqua e caldo spostano le produzioni, e quindi il Pil, a Nord: Spagna e Italia, che sono sostanzialmente i due paesi produttori di quello che l’Europa mangia, avranno gli impatti maggiori. Si tratta di un problema economico reale e diretto. Secondo un recente elaborato del Censis, i disastri naturali hanno bruciano in Italia 210 miliardi e, di questi, ben 111 sono dovuti agli effetti dei cambiamenti climatici: è una cifra che vale come l’intero Pnrr, 10 manovre finanziarie. L’Italia è il Paese che ha pagato e pagherà di più in assoluto, in Europa, la crisi del clima.

Cosa si può fare per affrontare questa situazione? Dovremmo innanzitutto farci i conti subito, cioè, trovare strumenti di mitigazione, ma credo che comunque avrà effetti molto duraturi sulle produzioni primarie. Il cambiamento climatico sta già modificando la nostra produzione nazionale. Nel 2023 abbiamo avuto il record delle esportazioni agroalimentari, 64 miliardi di euro, ma anche il record delle importazioni, che hanno raggiunto 65 miliardi: esportiamo prodotti finiti ad alto valore aggiunto e importiamo una moltitudine di materie prime senza le quali i prodotti made in Italy non esisterebbero. Ad esempio, in 20 anni abbiamo perso 5 milioni di produzione nazionale di cereali e oggi ne importiamo 13 milioni all’anno. Senza i cereali, senza la soia, non si nutrono i polli, i suini o i bovini negli allevamenti, non si riesce a produrre quello che serve.

Il rischio, dunque, è anche quello di essere sempre più dipendenti dall’estero per la nostra sicurezza alimentare? Sì, ed è una grandissima debolezza, perché queste materie prime non dipendono da noi, sono figlie di politiche ed eventi internazionali e soggette a possibili turbative: basta vedere cosa è successo con poche persone, i ribelli yemeniti Huthi, che sparavano all’imbocco del canale di Suez. Questi fattori esogeni non sono controllabili dalla sola Italia. Occorre che l’Europa, come ha fatto per l’energia, si dia un piano per ridurre la dipendenza delle materie prime dal resto del mondo. Dobbiamo ricominciare a produrre di più e meglio.

La nostra produzione nazionale non è adeguata? Quali problemi si trova ad affrontare? I contributi all’agricoltura stanno calando in maniera significativa, in particolare quelli nazionali, e la produzione del nostro settore agricolo è diminuita del 10% in meno di 20 anni, dice il Crea: tutte le produzioni sono in calo, tranne le mele. Intanto diminuiscono i crediti bancari alle imprese agricole e si affaccia anche nel settore primario la finanza. È un fenomeno nuovo, abbiamo già molte aziende anche importanti che non sono più delle famiglie che le hanno create ma di un fondo, o sono gestite o partecipate dalla finanza, il cui interesse prioritario è fare utile.

La ricerca e l’innovazione tecnologica possono essere una via d’uscita? Solo in parte. L’80% delle aziende agricole e agroindustriali italiane è a rischio di ricambio generazionale, mancano eredi e successori, e purtroppo il mondo agricolo ha ancora bisogno di tanta manodopera a basso valore aggiunto e ad alta intensità. I droni che raccolgono la frutta sono ancora esperimenti d’effetto, ci vorrà tempo affinché la tecnologia raggiunga quel salto quantico che abbiamo visto all’opera nel mondo industriale.

E anche la manodopera manca… A gennaio 2023 il 38,6% delle imprese agricole aveva difficoltà a trovare mano d’opera, quest’anno siamo al 45,6%. Il rapporto nazionale “Made in Immigritaly” dice che senza gli immigrati non esiste il made in Italy: il 55% di quello che produciamo proviene da manodopera immigrata, di cui non solo abbiamo bisogno ma che purtroppo, ormai, vede l’Italia non come un punto di arrivo ma come un hub in cui transitare. Non siamo più attrattivi per il lavoro degli stranieri. Anche in questo caso servirebbe una politica che, senza crociate ideologiche, faccia di questo uno dei punti fondamentali dell’agenda economica.

Oggi gli italiani sono poco meno di 58 milioni, senza immigrati rischiamo di perdere 10 milioni di cittadini nei prossimi decenni. Avremo meno agricoltori e una minor produzione nazionale, meno mano d’opera solo in parte compensata dalla tecnologia, meno popolazione e meno consumi. Cambiamento climatico e crisi demografica sono le due sfide principali.

Di fronte a problemi di questa portata, in che modo Coop si sta attrezzando per continuare a preservare qualità e convenienza dell’ortofrutta? Il combinato disposto di queste cose fa sì che la relazione tra Coop, i consumatori e i fornitori debba necessariamente cambiare. Non è un’opzione, è una necessità. Non ci sono facili ricette pronte, ma posso dire che abbiamo fornitori con cui abbiamo relazioni da 54 anni. Questo è un fattore a cui dare maggior valore e su cui stiamo riflettendo anche al nostro interno. Vogliamo puntare su accordi di lungo periodo, una maggiore pianificazione e integrazione delle produzioni nazionali, che sono e rimarranno la base dei nostri assortimenti, per dare valore ai volumi e all’innovazione. E intanto, sostenere il potere d’acquisto delle famiglie senza mai costringere i fornitori ad andare sotto i costi di produzione né avallare la speculazione. In questa partita sulle produzioni italiane nessuno si salva da solo.

Tag: cambiamento climatico, prezzi, frutta, Verdura

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