Viviamo uno accanto all’altro. Condividiamo ascensori, autobus, uffici, supermercati. Incrociamo decine di persone ogni giorno e parliamo con centinaia attraverso uno schermo. Eppure una sensazione sembra attraversare silenziosamente il nostro tempo: essere vicini non significa necessariamente sentirsi meno soli.
Per anni la solitudine è stata considerata una condizione individuale, quasi privata. Un disagio personale da affrontare nel chiuso delle proprie giornate. Oggi però qualcosa è cambiato. L’Organizzazione mondiale della sanità ha acceso i riflettori su due fenomeni strettamente collegati – solitudine e isolamento sociale – considerandoli una priorità globale di salute pubblica. Non si tratta della stessa cosa: si può vivere da soli senza sentirsi soli, così come si può essere circondati da persone e sperimentare un profondo senso di distanza dagli altri.
Qualche settimana fa ho partecipato a una iniziativa organizzata da Scuola Coop che ha avuto come titolo “Coop e i luoghi”, e in quel contesto il professor Carlo Andorlini, docente dell’Università degli studi di Firenze, dipartimento di Scienze politiche e sociali, ha presentato una ricerca sul potenziale comunitario dei luoghi come antidoto all’impoverimento relazionale, sociale e culturale dei contesti.
Nella presentazione della sua ricerca ha evidenziato che «tutto dipende da come vogliamo guardare il piccolo, il periferico. Se lo sguardo è sugli elementi di rischio o su quelli di potenzialità. Scegliendo la potenzialità, nelle aree dove sono presenti gli oggetti che desideriamo osservare – nel nostro caso i punti vendita Coop – dobbiamo concentrarci di più sugli aspetti riguardanti la prossimità, la vicinanza. Per questo i luoghi Coop sono stati chiamati aree iperlocali, dove la dimensione geografica è percepita emotivamente e la vicinanza e la prossimità sono considerate come variabili socioeconomiche determinanti. Organizzazioni coesive e cooperative hanno, o dovrebbero avere, questa dimensione come fondativa, progettuale, gestionale, valutativa». Per venire a noi di Coop Reno, da qualche anno quando iniziamo una ristrutturazione mettiamo la scritta “Io non vado a fare la spesa, vado alla Coop”. È un modo di dire che sintetizza il ruolo che Coop riveste nei luoghi in cui opera.
Dove si forma il capitale sociale
La solitudine riguarda una percezione: il sentirsi scollegati dagli altri. L’isolamento sociale, invece, descrive una condizione più oggettiva, fatta di poche relazioni o di una rete sociale fragile. Ma entrambe raccontano una trasformazione che attraversa la società contemporanea.
Il paradosso è evidente: nell’epoca della connessione permanente, delle chat e dei social network, molte persone percepiscono una crescente difficoltà nel costruire relazioni profonde e durature. Non riguarda soltanto gli anziani, come si tendeva a pensare in passato. Il fenomeno coinvolge giovani, famiglie, lavoratori, persone che abitano da sole ma anche che sono immerse in una continua rete di contatti. Per molto tempo si è pensato che la solitudine fosse soprattutto un problema delle grandi città: quartieri anonimi, ritmi accelerati, relazioni più fragili. Ma la domanda oggi potrebbe essere un’altra: cosa accade nei piccoli comuni? Nelle province di Bologna, Ferrara e Rovigo ci sono molti centri abitati con meno di 5 mila abitanti. Luoghi dove, almeno nell’immaginario collettivo, ci si conosce tutti: la piazza, il bar, il mercato, la scuola, la vita associativa e, per l’appunto, la Coop.
Eppure anche qui qualcosa sta cambiando. I giovani studiano o lavorano altrove, alcuni servizi si riducono, cambiano le abitudini quotidiane e diminuiscono i luoghi spontanei dell’incontro. La vicinanza geografica non coincide automaticamente con quella relazionale. A suggerirlo sono anche le ricerche di Raj Chetty, tra gli studiosi che più hanno approfondito il rapporto tra relazioni sociali, opportunità e qualità della vita. Le sue analisi sul cosiddetto “capitale sociale” mostrano come le relazioni non siano soltanto una dimensione personale o affettiva, ma una vera infrastruttura invisibile che può influenzare il futuro delle persone.
L’idea è semplice ma potente: il capitale sociale nasce vicino a casa. Non si costruisce soltanto attraverso grandi reti o conoscenze estese, ma spesso nei luoghi più ordinari della vita quotidiana: nel quartiere, nella scuola, nel rione, nel condominio, nelle associazioni, nei piccoli gesti ripetuti nel tempo. I luoghi dove nasciamo e cresciamo, e soprattutto le relazioni che si sviluppano attorno a noi, possono avere effetti duraturi negli anni.
Le ricerche mostrano che comunità capaci di favorire l’incontro tra persone diverse, di creare fiducia e relazioni trasversali generano benefici che riguardano tutti, ma possono essere particolarmente importanti per chi parte da situazioni più fragili. Il punto, allora, non è soltanto quanti contatti abbiamo. È capire quali relazioni costruiamo. Perché una comunità non è fatta soltanto da edifici, strade o servizi. È fatta soprattutto da legami: qualcuno che ti saluta, qualcuno che si accorge della tua assenza, qualcuno che puoi chiamare se hai bisogno.
Sentirsi come in bottega
Al di là delle dimensioni – alcuni dei nostri negozi sono più grandi, altri più piccoli –, uno dei fattori di successo della nostra storia cooperativa risiede nel poter entrare nei negozi di Coop Reno e sentirsi come in una bottega: «Le botteghe rappresentavano il momento di incontro quotidiano, due chiacchiere, uno scambio di informazioni o, meglio, un aggiornamento su quanto accaduto nei dintorni, una o più tappe obbligate nel percorso della giornata», si legge nel blog “Storie di territori”.
«Erano dei veri e propri centri da cui si apprendevano, e diramavano, notizie su fatti e persone del paese e dove, se fossero passati stranieri o, meglio, “forestieri” (appellativo con cui si definivano tutti gli sconosciuti provenienti da altri paesi), non sarebbero di certo passati inosservati. Le botteghe inoltre erano luoghi di confidenze, che vanno ben oltre il semplice pettegolezzo, che spaziavano dai consigli su cosa cucinare a pranzo e a cena fino a spingersi su terreni più ampi e complessi. E chi entrava in bottega, lo faceva anche per scambiare “quattro chiacchiere” con un amico oppure con un conoscente. Perfino con i negozianti si tendeva a instaurare un rapporto sincero, di fiducia reciproca, che sottendeva la certezza di un buon acquisto».
Se il capitale sociale nasce davvero a pochi metri da casa – sul pianerottolo, nel cortile, nella piazza del paese – allora la distanza tra le persone non è un problema individuale, ma riguarda la qualità della vita delle nostre comunità.
Il professor Andorlini ha concluso la sua presentazione affermando che «c’è un valore Coop che risiede nel concetto di luogo, e questo ha a che vedere con il potenziale della prossimità e della vicinanza. Se si esercita prossimità, si lavora contemporaneamente sul benessere individuale/collettivo e su una forma di valore economico aggiunto. Questo lo si è potuto vedere nelle cosiddette aree marginali o interne (che noi chiamiamo iperlocali), ma è un impianto esportabile in tutti i contesti quali essi siano». Forse la vera domanda non è se oggi siamo più soli di ieri. Potrebbe essere un’altra: che cosa succede quando si svuotano i luoghi dell’incontro? Un interrogativo che riguarda anche il nostro futuro di Coop: saremo in grado din interpretare in chiave moderna l’essere cooperativa sul territorio, come punto di riferimento sociale e non solo commerciale?
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