Il medico veterinario principale della Polizia di Stato Alessia Madonia dirige la clinica veterinaria della questura di Milano e ci racconta il lavoro che svolgono gli animali al fianco dei loro conduttori
«Sono cresciuta negli anni Novanta a Palermo dove ho frequentato il liceo classico, in un ambiente scolastico molto influenzato dalla cultura dell’antimafia. Abitavo a pochi chilometri dalla casa di Paolo Borsellino e spesso passavo dallo svincolo autostradale di Capaci dove c’è stato l’attentato a Giovanni Falcone.
La legalità è sempre stato un valore importante per me e la prospettiva di far parte di un’Amministrazione come la Polizia di Stato era molto gratificante.»
Inizia con questa premessa l’intervista al medico veterinario principale Alessia Madonia, a capo del primo ambulatorio veterinario della Polizia di Stato in Italia.
«Per la prima volta nella storia, nel 2020 il Ministero dell’Interno ha indetto un concorso per medici veterinari da destinare alle esigenze della Polizia di Stato: si sentiva l’esigenza di coordinare e gestire le attività cliniche dei cani e dei cavalli che affiancano i poliziotti nel lavoro di ogni giorno. Le patologie di questi quadrupedi sono spesso legate all’attività lavorativa, pertanto era necessario un occhio interno che fosse consapevole del tipo di lavoro e addestramento a cui sono sottoposti. Prima dell’avvento dei medici veterinari in Amministrazione ci si affidava a cliniche esterne convenzionate o a università veterinarie, che non sempre rispondevano alle nostre esigenze.»
La brillante veterinaria ha vinto il concorso e ha partecipato al corso di formazione presso la Scuola Superiore di Polizia a Roma insieme ad altri sei colleghi. L’addestramento è stato lungo e meticoloso, al termine del quale i veterinari sono stati assegnati in sette sedi diverse.
«È stata una scelta un po’ impulsiva» racconta Madonia, «ma ero molto contenta di poter essere pioniera in un progetto che prima non esisteva. Durante il tirocinio presso le squadre cinofile e a cavallo mi sono presto resa conto che mancava un sistema informatico che raccogliesse con metodo i dati anagrafici e clinici dei nostri pazienti. Le relazioni erano frammentarie e aneddotiche, così ho fatto la tesi di fine corso proprio sulla creazione di un sistema informatico per la gestione e archiviazione dei dati sanitari dei cani e dei cavalli della Polizia. Un sistema che servisse a monitorare la loro storia clinica e che potesse essere consultato anche dai colleghi in tutta Italia.»
I poliziotti, infatti, sono soggetti a spostamenti, così come i conduttori con i propri animali, in questo modo sarebbe stato possibile seguire le squadre in trasferta. E così la sua tesi è diventata un protocollo nazionale. «Esatto» aggiunge Madonia «prima veniva tutto gestito in maniera autonoma: chi aveva un registro cartaceo, chi usava file word, chi altri metodi. Ora c’è un’uniformità nel lavoro e le schede dei pazienti sono consultabili dai colleghi nelle varie regioni.»
È stato l’ex questore di Milano, il dottor
Giuseppe Petronzi, a credere per primo in questa donna determinata. Quando è arrivata non c’era nulla, solo una stanza con un tavolo e una bilancia. «Gli ho spiegato la mia voglia di fare e la volontà di costruire qualcosa, così mi ha aiutato a trovare i fondi per trasformare quel luogo in una clinica attrezzata. Non ho incontrato solo difficoltà logistiche, ho dovuto scardinare i pregiudizi verso una veterinaria con pochi anni di servizio e fresca di studi. Era comprensibile, così ho deciso di entrare in punta di piedi, nonostante i rapporti gerarchici [il grado medico veterinario principale corrisponde a commissario capo, NdR], ma allo stesso tempo determinata a portare un cambiamento e a svecchiare un approccio veterinario a mio avviso superato.» Nel tempo ha conquistato la fiducia dei colleghi, anche di quelli più prevenuti e adesso il clima è davvero collaborativo.
Oltre alla squadra di Milano, fanno riferimento alla clinica anche quella di Orio al Serio, quella di Linate, di Malpensa e di Bologna per un totale di circa cinquanta pazienti.
«A questi si aggiungono anche i sei cavalli della squadra di Milano che pattugliano il territorio, sono tutti di razza Murgese, imponenti ma molto docili e facili da gestire durante esami e visite di routine. Per problemi seri ci appoggiamo all’Università Veterinaria di Milano.»
Adesso sfatiamo una leggenda metropolitana: i cani antidroga della polizia non vengono drogati.
«Certo che no!» risponde sorridendo la dottoressa. «Tutti i nostri cani lavorano con gioia, perché l’attività è legata al gioco e alla soddisfazione nel far felice il conduttore. Inoltre, il loro mondo è prevalentemente olfattivo e amano lavorare con il naso, ai cani domestici viene spesso negata la possibilità di esprimere questa porzione del carattere e della loro etologia. Nel caso specifico di quelli antidroga la credenza è del tutto errata… non ci sarebbe alcun beneficio nel drogarli. Se assumessero droga non sarebbero attenti e operativi. I cani, inoltre, non ne sarebbero gratificati come un tossicodipendente, perché il loro organismo è diverso dal nostro. È successo una volta che durante il lavoro un cane abbia accidentalmente ingoiato della sostanza e in quel caso sono intervenuta per farlo vomitare, perché altrimenti sarebbe stato male.
«Oltre alla droga» continua Madonia, «i cani della polizia sono addestrati anche a ritrovare esplosivi e armi, cadaveri e tracce ematiche e persone scomparse. Poi ci sono anche quelli da ordine pubblico, che effettuano attività di prevenzione crimini pattugliando luoghi come metropolitane, parchi, stazioni o sono impiegati in servizi di ordine pubblico come manifestazioni, partite di calcio ecc. Anche nel loro caso il naso è importante perché sono in grado di identificare una persona che si nasconde nell’ambiente, come un fuggitivo, o degli oggetti, una pistola, per esempio, persa da una persona ricercata. Il metodo di addestramento è sempre lo stesso, basato cioè sul rinforzo positivo. Ovvero vengono premiati i comportamenti corretti e ignorati gli altri. È fondamentale costruire una relazione basata sulla fiducia. Quando non ci sono le condizioni idonee, come una casa troppo piccola, finito il turno i cani poliziotti vengono riportati in caserma dove stanno in un box con area esterna, ma la maggior parte di loro vive in casa con la famiglia del conduttore. La relazione è un aspetto importante del nostro lavoro.» (Silvia Amodio)
