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La Grillo parlante

Un conduttore radiofonico, come un moderno Grillo Parlante, parla in un microfono tra schermi di computer e apparecchiature audio.

Ho incontrato Antonella Grillo sul suo luogo di lavoro, negli studi di Radio 102 a Trapani, dove mi ero recata per parlare di una conferenza che avrei tenuto il giorno dopo.

Sono stata colpita dalla sua professionalità e dialettica, ma c’era altro che mi attirava anche se non ho capito subito cosa fosse. Quella donna aveva qualcosa di diverso e quel «qualcosa» mi piaceva moltissimo. Antonella emanava un’empatia e una sensibilità fuori dal comune.

Solo a microfoni spenti, scavando più a fondo, mi ha confidato un aspetto molto particolare della sua vita. Entrambi i suoi genitori sono sordi. Ho ripensato a un articolo che avevo scritto tempo fa dove si evidenziava l’importanza delle esperienze che ogni individuo vive quando è ancora nel ventre materno. Fino agli anni Sessanta si pensava che i bambini appena nati fossero una tabula rasa, incapaci di provare emozioni e dolore. La letteratura scientifica più recente dimostra il contrario: la nostra personalità inizia a formarsi quando siamo ancora nella pancia di nostra madre. Tutto quello che lei fa durante la gravidanza passa al piccolo che memorizza queste esperienze che servono a costruire l’intero sistema neurocognitivo. Esperienze che si depositano nella memoria e contribuiscono a formare la nostra personalità e il nostro carattere.

La voce della mamma ha un ruolo importante nella maturazione dei sistemi sensoriali e contribuisce a creare un legame profondo. Che cosa succede, allora, quando questo aspetto viene a mancare perché la mamma è sorda e di conseguenza ha difficoltà a parlare? Ho invertito i ruoli e ho chiesto ad Antonella di poterla intervistare.

La tua infanzia dev’essere stata molto particolare. Non ho mai avuto coscienza di aver avuto una vita «diversa» da quella degli altri, perché quella era l’unica dimensione che conoscevo. Forse oggi capisco che da bambina ho avuto sulle spalle un carico importante, un carico di cui sento il peso ora. Ho iniziato a occuparmi di tutto e di tutti da sempre, in anni in cui non mi competeva farlo. Entrambi i miei genitori sono sordi da quando erano molto piccoli, all’epoca non c’erano la cultura e gli strumenti per affrontare questa condizione. Mio padre, grazie agli apparecchi acustici che ha messo da bambino, si esprime meglio. Mentre mia madre ha più difficoltà. Per un periodo è andata in un collegio per persone sorde a Palermo, uno strappo affettivo dalla famiglia, ma anche un’occasione per imparare la lingua dei segni. Mi si stringe il cuore quando mi racconta che durante le varie conversazioni chiedeva: «Di cosa state parlando?». La risposta era sempre la stessa: «Dopo te lo dico». Un dopo eterno…

Quando piangevi nella culla per attirare l’attenzione, chi ti sentiva? Avevamo una sveglia con un sensore che lampeggiava ma non funzionava bene, infatti, mia mamma racconta di aver perso il sonno quando siamo nate io e mia sorella, perché era perennemente preoccupata di non accorgersi quando ci svegliavamo. Si alzava ogni dieci minuti per guardare se avevamo bisogno.

Quando hai iniziato a comprendere la lingua dei tuoi genitori? Da sempre. Capivo anche mia mamma con la sua prosodia, la gestione dei volumi e le lacune grammaticali, tipiche delle persone sorde, un miscuglio difficile da decodificare per gli altri. Per me era tutto normale fino alle elementari quando è venuta a prendermi a scuola. Ero felice perché uscivo prima e quando l’ho vista entrare in aula mi sono illuminata. Ma i compagni hanno iniziato a prenderla in giro per come si esprimeva e ne rimasi molto ferita. In un’altra occasione, durante un battibecco, una signora mi disse: «Quello che il Signore ha tolto ai tuoi genitori l’ha dato a te».

Poteva essere anche un complimento… Io però l’ho vissuto come un senso di colpa, di cui non mi sono mai liberata. È sempre stata una grande responsabilità. Per i miei genitori, il fatto che io sentissi, significava automaticamente, sapere e conoscere. Come se avessi un superpotere. E quindi si appoggiavano a me in tutto e per tutto.

Quando si è molto piccoli il ruolo della mamma è importante anche nell’apprendimento del linguaggio. Mia madre si è accanita con amore su questo aspetto, facendo tesoro di quello che aveva imparato in collegio. Si sedeva davanti a me e indicava, pronunciandolo a modo suo, «indice, pollice, naso, bocca». Naturalmente con il suo accento. Mi ha sempre portato con sé immergendomi in una dimensione normale. Quindi, in qualche modo, aggiustavo il tiro, ascoltando le conversazioni degli altri. Facevo da interprete a mia madre, ero il suo legame con il mondo esterno. Mi raccontano che dall’età di due anni, quando faceva la spesa, ripetevo a voce alta quello che chiedeva. Sono nata bilingue: la lingua dei segni è, a tutti gli effetti, ufficialmente riconosciuta come tale.

Che ricordi hanno di te gli altri? Mi dicono che sono nata vecchia. In qualche modo avevo le antenne, assorbivo tutto. Imparavo velocemente qualsiasi cosa, era una necessità. Ho imparato a telefonare da piccolissima, per esempio, a quattro anni rispondevo al telefono come una segreteria: «Buongiorno, questa è casa Grillo, i miei genitori non ci sentono, dica a me e io riferisco». Quando andavamo dal pediatra, il dottore si rivolgeva a me, non ai miei genitori. Accompagnavo mamma dal ginecologo, in un’età in cui di certe cose io non avrei dovuto parlare, soprattutto riferite a mia madre! I ruoli sono sempre stati invertiti. Sono consapevole di aver avuto una vita particolare, sicuramente arricchente, ma solo adesso, da adulta, mi rendo conto del peso emotivo che questo continua ad avere su di me. Se i miei genitori, per esempio, vengono invitati a una festa, mi dispiace non accompagnarli perché so che mia madre se ne starebbe in un angolo senza «dialogare» con nessuno.

Come si formula il pensiero nella tua testa? Nei sogni, per esempio, dipende da chi sono i protagonisti. L’altra sera era mio padre, quindi mi rivolgevo a lui come nella vita reale. Io rifletto e parlo molto con me stessa, nella mia testa si formano immagini. Il mio pensiero non è direzionale, ho un flusso cognitivo misto formato da parole e immagini. Per esempio, se sono triste e mi interrogo sul perché, risponde un’eco che ha la forma di un’immagine, di una circostanza, di una sensazione fisica o di una musica. Oppure partono dei pensieri che hanno una struttura poetica. Io penso in questo modo. A questi pensieri si aggiungono immagini, odori o sensazioni epidermiche, come i brividi. Le mie riflessioni sono plurisensoriali. 

Sei un po’ come un animaletto dotato di tante forme di comunicazione che noi comuni mortali neanche ci immaginiamo. Ho anche un’immagine precisa di quale animaletto: mi vedo come un draghetto marino con narici e occhi grandi e con due membrane tipo parabole al posto delle orecchie. Forse perché da piccola avevo le orecchie a sventola, oppure perché stavo sempre con le orecchie tese per intercettare ogni movimento di mia madre e capire se avesse bisogno di me o mi chiamasse.

Antonella, di formazione psicologa, di cognome fa Grillo un dettaglio che mi fa pensare a quello parlante di Pinocchio. Usare la voce è il suo lavoro, un paradosso o forse una logica conseguenza del suo percorso. Accanto all’attività radiofonica, svolge anche il ruolo di assistente all’autonomia e alla comunicazione specializzata in lingua dei segni. Sono quelle figure che affiancano l’insegnante di sostegno per stimolare l’autonomia del soggetto.  

Silvia Amodio

Puoi leggere questo articolo anche sull’edizione online di Consumatori o ritirare gratuitamente la copia cartacea della rivista in un negozio Coop

Tag: radio, sordità

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